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#Padova #Bitonci #profughi e dintorni

La notizia non sono le manifestazioni contrapposte annunciate, una delle quali poi ‘rinunciata’. La notizia è la motivazione, la causa scatenante. Che vale la pena ricordare.

Tutto è cominciato con la presenza di 6 profughi 6 in un appartamento di corso Milano. Così devastante nel suo impatto sulla città che i vicini non se ne erano praticamente accorti. Ma sufficiente per alcune associazioni di commercianti – più impegnate nel ruolo di cinghia di trasmissione del consenso al sindaco che nel produrre innovazione nel proprio settore, le cui difficoltà non sono certo imputabili alla presenza di quattro (pardon: sei) profughi in zona – per indire una fiaccolata “contro il degrado”: nel timore, testuale, che il centro storico diventi una nuova via Anelli (con una mancanza di senso della realtà e delle proporzioni che si commenta da sola). E sufficiente al sindaco di una città che ha fatto della battaglia contro gli immigrati il centro delle sue preoccupazioni, quella a cui dedica più energie e a cui si presta più volentieri, di trovare l’ennesima occasione di divisione: dimenticando che un sindaco è chiamato a rappresentare la città, non una sua parte, e a risolvere i suoi problemi, non a crearne, prendendo iniziative, non enunciando slogan. Padova, come ogni città, ha problemi legati all’immigrazione, e molti altri. Incidentalmente, da quando Bitonci è sindaco, ha già perso significative opportunità di innovazione e di investimenti (dall’ospedale al tram): proseguendo in un declino iniziato prima del suo arrivo, e non a lui imputabile, ma la cui tendenza è semmai aggravata, certo non invertita. Ma per il sindaco il problema dei problemi, quello risolto il quale tutto andrebbe bene, è l’immigrazione: al punto da indicare a dito come ‘colpevoli’, letteralmente (con una fotografia davanti al citofono della casa che testimonia simbolicamente, più di molte altre cose, l’atteggiamento dell’amministrazione), i proprietari di un appartamento privato, pure essi cittadini padovani, e i 6 profughi 6 che lo abitano.

Certo, si dirà, il problema è più ampio. Ed è vero. Ma il suo simbolo non sono quelle sei persone sopravvissute a un drammatico viaggio della speranza. Loro sono il segno di quello che accade, e su cui dovremmo cominciare a riflettere seriamente, senza accontentarci di reagire senza agire. Certo, una parte della città (una parte sola, però, come si è visto con la manifestazione di venerdì) teme che le cose si stiano aggravando, che gli sbarchi aumentino: tutto vero. Solo che, per governare un fenomeno complesso, occorre studio, riflessione, pragmatismo: sperimentando, andando avanti per tentativi ed errori, coinvolgendo altri interlocutori (si pensi al nuovo ruolo dell’Europa), come necessario fare di fronte a un problema epocale, le cui caratteristiche cambiano rapidamente nel tempo. Mentre le parole d’ordine dell’istigazione all’odio (neanche razziale: semplicemente umano) e della xenofobia all’ingrosso, mostrano una desolante ventennale continuità, e una deludente incapacità anche solo di capire i termini della questione, seppure prospettando soluzioni legittimamente diverse. Non basta più, davvero, la retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: del resto poco credibile da parte di chi, in concreto, non ha mai proposto di investire nemmeno un centesimo per creare le condizioni materiali e istituzionali di questa politica. Che, se praticata davvero, una sua legittimità (e un costo, come ogni politica) ce l’avrebbe eccome, anche se non costituisce la soluzione di tutto il problema.

Ecco perché suona, più che furba, semplicemente meschina, la trovata del sindaco di rinviare la fiaccolata, per giunta dandone la colpa ad altri, che avrebbero voluto creare chissà quali disordini (smentito sia dal clima della manifestazione che dal tipo di presenza e persino dallo slogan, un semplice e cordiale “Welcome to Padova”): per evitare un confronto numerico che sarebbe stato senza dubbio sfavorevole; e per avvicinarsi un po’ di più alla data delle elezioni. L’ennesima piccolezza.

Se un sindaco non è di tutti. Padova e i profughi, in “Corriere Veneto”, 17 maggio 2015, p.1

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