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Regioni. Abbiamo votato: ma servono ancora?

Oggi si vota a Venezia, il più importante dei ballottaggi, che avrà un qualche peso anche nella partita nazionale. Le elezioni regionali sono invece ormai alle spalle. Eppure dobbiamo ancora digerirne il vero significato. Certo, c’è il significato politico immediato, che in Veneto si è tradotto in un botto clamoroso: la grande vittoria di Zaia (attesa, ma imprevista nella sua entità, con un grande consenso individuale al governatore che ha mostrato nei fatti il nascere di un partito personale, che supera persino la Lega), e l’altrettanto grande batosta del Partito Democratico, che ancora non ha capito che conseguenze trarne. Più la novità di Tosi (una scissione che, a differenza che in Liguria, ha portato danni più allo schieramento avverso che al partito di provenienza) e gli altri risultati di contorno.

Ma qui non ci interessa l’analisi dei risultati e dei flussi di voto: vorremmo farci una domanda ulteriore. Perché il dibattito vero, oggi, è: servono ancora le regioni così come sono adesso?

C’è la questione del numero (alcune hanno meno abitanti di una città; altre hanno confini opinabili, e la loro unificazione consentirebbe la creazione di entità omogenee significative). In passato era stata la Lega a porre meritoriamente sul tavolo il tema delle tre macroregioni; in tempi più recenti anche il PD ha proposto di ridurle a 12. Oggi tutti hanno messo la questione da parte. Ed è stato un errore gravissimo, perché il problema della loro sensatezza è ancora drammaticamente sul tavolo.

C’è la questione della loro utilità o disutilità. La tardiva introduzione delle regioni, con le elezioni del 1970, ha suscitato grandi speranze in una stagione riformatrice (era l’anno della legge sul divorzio e dello statuto dei lavoratori, anche), ma ha certamente contribuito in maniera consistente all’aumento della spesa pubblica, al proliferare di legislazione e di burocrazia, senza che il beneficio per i cittadini, in termini di vantaggi reali, di welfare, di efficienza complessiva della macchina pubblica sia sempre verificabile. Gli scandali in cui sono state sommerse (in Veneto non meno che altrove), e le disutilità sostanziali, spesso il mero ruolo redistributivo, hanno mostrato come, agli occhi di molti, il vero ente inutile, la vera centrale degli sprechi, sia considerata, più che la provincia, la regione. E la disaffezione è stata decretata in modo drammatico dall’aumentato astensionismo elettorale: che nulla ci autorizza a dire che non possa aumentare ulteriormente – semmai il contrario.

C’è la questione delle regioni a statuto speciale. Mentre il Veneto politico – tutto – si è baloccato con un indipendentismo che l’esito elettorale ha mostrato essere elettoralmente irrilevante, giocando a chiedere un’autonomia speciale come le regioni confinanti del Triveneto sapendo benissimo di non poterla ottenere (tanto mentire ai cittadini non costa nulla), il vero problema è mettere in questione l’idea stessa delle regioni a statuto speciale, il venir meno della loro ragion d’essere (una discriminazione verso minoranze che oggi semmai opera al contrario), la radicale ingiustizia che producono rispetto agli altri cittadini italiani, gli sprechi immensi di cui sono portatrici, i privilegi inauditi e oggi francamente ingiustificabili che le caratterizzano. Se il motivo è tutelare minoranze linguistiche e culturali, lo si può fare con leggi e progetti ad hoc adeguatamente finanziate. Se è quello di aiutare zone (ex-) disagiate, andrebbe fatto per tutte. Ma invece di chiederne l’abolizione, si propone di aumentarle di numero, che è come dire: privilegi a tutti, uguale nessun privilegio per nessuno, poiché sono semplicemente insostenibili. E’ una presa in giro, buona solo per produrre dibattiti, non risultati. Mentre il tema della riorganizzazione territoriale del paese merita tutta la nostra attenzione. Sapendo che solo affrontandolo per tutti e tutti insieme con una riforma complessiva coraggiosamente radicale, non una regione alla volta con un qualche pateracchio di breve durata, potrà produrre risultati concreti e positivi, non solo slogan e dibattiti senza capo né coda.

Il caso regioni. Enti inutili?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 giungo 2015, p.1

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