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Rom: oltre le ipocrisie

Né buonisti né cattivisti. Vogliamo provare a fare un ragionamento onesto: al di là delle contrapposte ipocrisie.

Il problema dei rom – il nome collettivo in cui ricomprendiamo rom, sinti e caminanti, zingari, tzigani, o cingani, come li si chiamava da queste parti nel Cinquecento – esiste, c’è, si pone. Solo che si pone spesso nella maniera sbagliata: ad esempio perché si considera problema culturale quello che spesso è un problema sociale – e talvolta anche il contrario.

C’è di mezzo, certo, una popolazione (meglio, un insieme di popolazioni) che ha una lunga storia di nomadismo anche professionale (ieri maniscalchi e musicisti, oggi magari giostrai), di patriottismo problematico (perché in passato apolidi, anche se oggi in gran parte cittadini italiani), di cliché culturali antichi: il vivere di espedienti e illegalità da un lato, il gusto e il richiamo della libertà dall’altro. Che ha portato da un lato i pogrom o le camere a gas naziste, dall’altro la celebrazione letteraria e il mito romantico – dalla Carmen di Bizet (e, prima, di Mérimée) alla bella Esmeralda della Notre Dame de Paris di Victor Hugo (divenuta cartone animato disneyano e musical di Cocciante), fino alla filmografia romantica in stile Chocolat, dove lo zingaro buono ha le fattezze seduttive di Johnny Depp.

Oggi l’immagine prevalente, inutile negarlo, è diversa; come diversa è la situazione. Dei 160-170.000 rom e sinti italiani solo un quarto vive nei campi nomadi (definizione già fuorviante: i più sono stanziali). Gli altri stanno vivendo un processo di integrazione progressiva o già compiuta. Ma tutti gli indicatori sociali critici sono più alti della media nazionale: disoccupazione, abbandono scolastico, presenza in istituti minorili e carceri, recidiva, ma anche mortalità infantile, aspettativa di vita e altro ancora.

Come affrontarlo? Non è facile, specie in tempo di crisi, quando gli animi sono più incattiviti e le risorse in calo. Lavoro, istruzione, casa, sono i pilastri fondamentali di ogni politica sociale. Se sul lavoro si possono solo aiutare le dinamiche del mercato, alla pari di altre categorie di cittadini, incentivando la partecipazione a percorsi virtuosi di inserimento, si potrebbe fare probabilmente di più nel disincentivare il ricorso a espedienti quando non al compimento di reati: con una repressione più ferma e decisa, controlli più frequenti, certezza del diritto, meccanismi ritorsivi rispetto alle politiche di sostegno sociale (se commetti reati, niente sussidi e aiuti; se costringi i tuoi figli ad attività degradanti e li sottrai all’obbligo scolastico, niente patria potestà). Ma è su istruzione e alloggio che bisogna puntare maggiormente: anche perché demograficamente crescono più degli autoctoni, e solo puntando su neo-nati e giovani si creano processi di inclusione efficaci.

Superare i campi è conveniente prima che doveroso: sono ghetti che producono segregazione, con incidenza forte sugli altri indicatori (istruzione, salute e lavoro). Ma non bastano le ruspe: se li chiudi e basta andranno ad accamparsi altrove in maniera ancora più precaria, aumentando i costi di sistema anziché diminuendoli – occorrono alternative. Una è quella di trasformare i campi in micro quartieri civili, dignitosi e puliti, con raccolta differenziata e accompagnamento scolastico, dove la tendenza al degrado si trasformi in desiderio di cambiamento e riscatto, anche con gli opportuni incentivi e disincentivi (gli esempi esteri non mancano, con roulotte trasformate in linde casette, con fiori alle finestre e dignità riconquistata; ma responsabilizzando l’utenza: se si sgarra, nessuna comprensione, e mai più aiuti neanche indiretti): perché non ci può essere dignità personale e di gruppo quando si vive nello squallore. L’altra, e migliore, è quella dell’inserimento in edilizia popolare e nel mercato ordinario: senza ingenuità, sapendo che in alcuni casi la morosità può essere alta, e i tassi di fallimento elevati. Investendo sui figli, più che sui genitori. Se è difficile immaginare che un’utenza adulta cambi abitudini, è più facile ipotizzare che un’utenza più giovane spesso non desideri altro, invece, per sfuggire alla promiscuità e al controllo sociale paternalistico-padronale dei campi, alle loro gerarchie, umilianti e soffocanti anche per molti di coloro che ci vivono, e che li abbandonerebbero volentieri, potendo. Ma per farlo occorrono investimenti: non si può pensare che una politica di integrazione sia a costo zero. Eppure, alla lunga, sarebbe un guadagno: favorendo la diminuzione dei costi sociali e delle tensioni conflittuali di domani.

No alla stigmatizzazione generalizzata, quindi, che è inefficace prima che ingiusta. Sì all’integrazione mirata, per progetti, non ingenua, investendo le risorse necessarie. Togliendo alibi, tolleranza e aiuti a chi la rifiuta: come forma di giusta pressione e non di ingiusta repressione. Senza illusioni di risolvere il problema subito e per tutti: una parte non l’accetterà e resterà ai margini, pagando il prezzo della propria automarginalizzazione, a quel punto senza più scuse. Il bastone e la carota, se si vuole: necessario il primo a fronte di comportamenti devianti, ma utile solo se la seconda è reale e attrattiva. Finora abbiamo visto quasi solo bastoni usati male o agitati a vanvera, in assenza di carote appettibili. Faticose da costruire, certo, perché implicano fantasia e lavoro: ma le uniche a funzionare veramente, come in ogni processo educativo e di socializzazione.

Rom, oltre le ipocrisie, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 giugno 2015, p.1

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