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Se Salvini fosse premier (e Zaia governatore): che farebbero con i profughi?

Le polemiche sui profughi sono un male di stagione, come l’influenza. D’estate sono più frequenti perché maggiori, grazie alle condizioni atmosferiche favorevoli, sono gli arrivi. E hanno un andamento ciclico. Perché ciclici ed endemici sono i problemi del mondo. Non si sa bene quando e dove sarà il prossimo focolaio, ma sappiamo che ci sarà: perché la fame, la guerra, la povertà non le ha ancora sconfitte nessuno. E talvolta il proverbiale battito d’ali che produce l’uragano in Africa o in Medio Oriente ha le sue origini, o qualcuna delle sue cause, anche in Occidente.

Non è più tempo di dibattito elettorale su questi temi. Le elezioni le abbiamo alle spalle. La Lega le ha vinte, non c’è dubbio: e Salvini già si considera un potenziale premier – è una buona notizia, perché presuppone porsi il problema del governo dei processi. Zaia le ha addirittura stravinte: solo che finora ha avuto la scusa di un governo considerato nemico. Immaginiamo che non lo fosse: immaginiamo Salvini premier e Zaia governatore. Come intenderebbero affrontare il problema, in regione e nel paese? Perché quando si governa non si può più semplicemente agitare i problemi: bisogna risolverli, anche quelli sgraditi. E quindi chiediamo: quali le ricette – quelle vere, quelle percorribili?

Perché i no non bastano più. Governare vuol dire altro. Perché si tratta di problemi complessi, che sfuggono per definizione alle soluzioni semplici. Affondare i barconi nei porti di partenza? Va bene. Ma non basterà: perché arrivano in numero maggiore via terra, e troveranno comunque altri barconi, da altri porti. Per fermarli – e per salvarli, anche – occorrono le vituperate navi e forze europee, neanche solo italiane: c’è consenso su questo? Bene: occorre sapere che queste missioni costano, e care – e sarà giusto dire al contribuente che è necessario spendere i soldi anche così. E sarà giusto dire che occorre collaborazione e concertazione: non si può dire all’Europa che la si odia e si vuole uscire dall’euro, e poi chiedere il suo aiuto – bisogna decidere quali politiche percorrere, e alcune sono alternative ad altre. Aiutarli a casa loro? Bene. Ancora meglio se invece di essere uno slogan fosse un fatto, una proposta di legge finanziata adeguatamente, una task force operativa. Ma è una soluzione che avrà i suoi effetti solo nel lungo periodo: intanto?

Se Salvini premier e il suo ministro degli Interni si ritroveranno a gestire un’ondata di arrivi, cosa faranno? E cosa diranno al governatore Zaia del loro partito? Ovunque, ma da te no? Perché è questo quello che è successo: il Veneto ha molti meno profughi di regioni come il Lazio e la Sicilia, che ne hanno dieci volte tanti. E’ vero, si dirà: hanno anche più immigrati. Certo, perché sono più ricche e c’è più occupazione: devono a loro anche una quota significativa del loro Pil (molto più di quello che spendono per loro in servizi, per intenderci). Ma, va anche detto, in queste regioni gli immigrati ci sono, e sono mediamente integrati, grazie all’imprenditoria che li assume e alla Caritas che li assiste, non grazie – semmai nonostante – le politiche della regione e di molti comuni, che passano il tempo a porre ostacoli all’integrazione: promuovendo politiche discriminanti, sull’accesso alle case popolari o agli asili, e negando luoghi di culto per le loro confessioni religiose.

Le regioni e i comuni avrebbero tutti i diritti di chiedere al governo una politica sui profughi, e non solo la loro equa distribuzione sul territorio: che vuol dire strategie di lungo periodo, magari un’agenzia specifica, e quindi investimenti di pubblico denaro. Avrebbero il diritto di chiederlo sia a Renzi premier sia a Salvini premier. Ma poi dovrebbero collaborare con il premier sul territorio, senza la possibilità di un semplice no. Lo stesso per l’Europa: il governo l’ha doverosamente coinvolta (e a chi polemizzava per l’insistenza di Renzi sulla Mogherini in quel ruolo forse bisognerebbe chiedere conto delle parole sprecate allora), ma ci vuole tempo, determinazione, e anche collaborazione. I risultati stanno arrivando: investimenti nella missione Triton (oggi l’Italia spende un terzo rispetto a Mare Nostrum), nella pacificazione libica (con auspicata collaborazione dai porti di origine), strategie di contenimento a partire da Niger e Ciad, una prima apertura sul trasferimento di quote di rifugiati verso altri paesi. Chiediamo: cosa farebbe Salvini di più e di diverso?

Bisogna avere il coraggio di dirselo. La questione dei profughi, come l’immigrazione, non è più, se mai lo è stata, una questione emergenziale: è un dato strutturale del mondo globale. E va affrontata come tale. Con strategie, non con parole d’ordine. Con politiche – che come tutte le politiche hanno un costo – non con slogan. Con pragmatismo, non con precomprensioni ideologiche. Ci si chiami Renzi o ci si chiami Salvini. L’occidente di questo mondo globale è parte significativa: impensabile possa fare finta di niente. O limitarsi a dire “no”.

Salvini e i profughi. E se fosse premier?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 giugno 2015, p.1

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