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Zaia e Salvini a Ellis Island: di immigrazione, Europa e altro ancora

Guardando le foto e i filmati girati a Calais o a Ventimiglia, ascoltando i litigi tra premier al vertice europeo sull’immigrazione, e confrontando il tutto con il dibattito sull’immigrazione, i profughi, gli sbarchi, che si svolge nel Nordest del nostro paese, si viene presi da uno scoramento che tocca più registri. Il primo è la terribile inconsapevolezza dell’Europa tutta di stare giocando una partita storica nel modo peggiore possibile. Quei migranti nascosti sotto i tir o aggrappati ad uno scoglio sono le immagini con cui il resto del mondo, non solo quello da cui gli immigrati provengono, ci sta guardando: e attraverso di esse vede un’Europa molto diversa – e molto al di sotto – da quella rappresentata dai suoi diritti dichiarati e dalle sue ambizioni globali. Il secondo aspetto, che ha un’importante ricaduta locale nelle nostre regioni, è l’assoluta mancanza di prospettiva e di memoria storica: del fatto che l’uomo nasce nomade, e perciò le migrazioni non sono un dato emergenziale ma strutturale della storia dell’umanità, fisiologico e non patologico, costante e non episodico – portatore di problemi ma spesso anche di soluzioni agli stessi; e del fatto che riguarda il nostro passato e persino il nostro presente, a parti invertite. La novità insomma non sono le migrazioni, ma semmai l’inversione dei flussi migratori (non più dall’Europa, ma verso l’Europa), o meglio ancora la loro trasformazione e complessificazione (ormai i flussi sono multipli, intermittenti, spesso bidirezionali, come mostra anche il caso italiano: con immigrati in arrivo, emigranti in partenza, persone in transito, stagionali, altre in mobilità per studio o lavoro o motivi personali).

Per ragionare un po’ meglio su questo aspetto anche storico, seguendo un’utile suggestione, ho fatto un giro sul sito della Liberty Ellis Foundation, il meritorio ente che raccoglie tutte le informazioni possibili sugli immigrati sbarcati a Ellis Island, sotto l’ombra benevola della statua della libertà: il simbolo più significativo di quella che un libro del presidente Kennedy definiva “A Nation of Immigrants”. Un appellativo considerato come un elemento di orgoglio, non una vergogna, un vanto, non un handicap – un plus, non un minus.

Già dalla home page è possibile cercare i cognomi di coloro che sono sbarcati come emigranti (ma per loro erano immigrati) a New York, in cerca di fortuna. Quello di Ellis Island era solo uno dei molti porti di destinazione dell’emigrazione italiana: ma certamente uno dei più importanti e quello simbolicamente più significativo.

Ho così potuto scoprire che anche 15 Allievi sono sbarcati a Ellis Island, dando il loro contributo per fare grande l’America: il primo nel 1906, l’ultimo nel 1956 – mezzo secolo di migrazioni. Proprio come tante altre famiglie italiane e nordestine (il Veneto è la regione italiana che ha avuto più emigranti): tra queste i Salvini (arrivati in 228), i Bossi (735), i Maroni (266), gli Zaia (108). Ma anche i Renzi (1022), gli Alfano (2130), e così pure i Meloni (463), i Gasparri (111). E, continuando nel gioco, i Moretti (2710), i Serracchiani (2), i Tosi (713), i Muraro (quello che accusa i non leghisti di voler “bastardare (sic) la nostra razza”: 178), i Brugnaro (18), i Manildo (2), i Variati (1). Di Bitonci invece nemmeno uno: il cosmopolitismo non è evidentemente nelle tradizioni familiari.

Non è un argomento, certo – tanto meno una soluzione a problemi seri: è solo una suggestione. Per aiutarci a capire: o almeno a sentire, a vedere, con una pelle e uno sguardo diversi. Sapendo che, certo, bisogna coniugare politiche di integrazione e ferma repressione nei confronti di comportamenti e situazioni devianti, percorsi di inserimento e sanzioni di esclusione, governando processi che non possono essere lasciati al caso. Ma senza dimenticare mai, possibilmente, che siamo parte di una storia lunga, che coinvolge la nostra biologia prima ancora che le nostre culture di riferimento, il nostro Dna prima ancora che la nostra consapevolezza. E dovremmo, di fronte a questo, cercare di capire, prima ancora di prendere posizione. Facendo le nostre scelte: ma rimanendo, nel farle, e nella diversità inevitabile e arricchente di opinioni, almeno umani.

Zaia e Salvini a Ellis Island, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 giugno 2015, p.1

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