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La seduzione del califfato. Il caso di Merieme

Il caso di Merieme, la 19enne marocchina di Arzergrande che ha abbandonato la famiglia per andare, forse, a combattere sotto le bandiere dell’IS, si presta ad alcune riflessioni non banali, e forse un po’ controdeduttive. Che – comunque si concludano le indagini su di lei – valgono anche per altri casi di “foreign fighters” o aspiranti tali già partiti o con la voglia di partire per il sedicente califfato.

Intanto, si tratta, se sarà confermato, di un percorso di radicalizzazione e di contrapposizione alla famiglia di una giovane: come ce ne sono tanti, dall’adolescenza in avanti, anche se non sempre prendono la direzione del radicalismo politico e ideologico (o, come in questo caso, politico-religioso – ma non c’è alcuna differenza, trattandosi di religione interpretata e vissuta come ideologia). Più spesso si tratta di una radicalizzazione di opinioni e stili di vita dissonanti che rimane nell’alveo del privato: dall’uso di stupefacenti all’identificazione con gruppi sociali marginali e contrappositivi, dalla frequentazione di gang giovanili all’inseguimento di mode e costumi comportamentali più o meno alternativi. E non di rado durano solo per un breve periodo di tempo, senza fare in tempo a trasformarsi in percorsi senza via d’uscita.

A questo si aggiunge un percorso di emancipazione e di liberazione dall’autorità paterna e dall’ambiente familiare: che, avesse preso altre strade, qualificheremmo di moderno, approvandolo. Solo che in questo caso non si tratta della classica “fuga verso occidente” di tanti film di successo: innamorarsi di un occidentale non musulmano, scappare verso una metropoli, lavorare e abbandonare la religione e l’ambiente familiare, e magari, simbolicamente, togliersi il velo – una fuga verso la libertà su cui, se richiesti, esprimeremmo con naturalezza un parere positivo. Ma della scelta di staccarsi dall’ambiente familiare radicalizzandone i riferimenti (in questo caso, religiosi), reinterpretandoli e trasformandoli in comportamento dissonante. Come è accaduto in tante famiglie coinvolte e stravolte dal terrorismo rosso e nero degli anni di piombo: o come nella storia di scelta estremista e terrorista di una giovane proveniente da una famiglia per bene raccontata nel libro “Pastorale americana” di Philip Roth.

Il percorso di Merieme ci fa vedere tuttavia alcuni altri aspetti. Il primo è il ruolo marginale o secondario dei cosiddetti reclutatori, cui giornalisticamente si fa spesso riferimento: quasi che attribuire a un qualche cattivo proveniente da un fuori non meglio identificato la responsabilità della scelta ci offrisse il sollievo di una spiegazione accettabile. Ma non è così. In questo come in molti altri casi la domanda precede l’offerta, e il contatto semmai arriva dopo: il che naturalmente è assai peggio, perché mostra una capacità seduttiva e di richiamo forte che l’ideologia del califfato propone. Ed è proprio questo il punto principale.

L’islam radicale gioca oggi, per una frangia irrequieta della gioventù islamica, un richiamo non dissimile da quello delle ideologie radicali degli anni ’70 per una frangia irrequieta della gioventù occidentale. Con in più la terribile concretezza dell’esistenza reale di un luogo mitico cui fare riferimento: il califfato, appunto – un po’ socialismo realizzato, un po’ isola di Utopia, un po’ Gerusalemme celeste (con la forza quindi di un richiamo e di una sorta di benedizione divina da non sottovalutare: il martirio rappresenta questo). Che poi nella realtà somigli più alla Cambogia di Pol Pot o all’attuale Corea del Nord che al paradiso in terra poco importa: il suo richiamo non è nell’ordine della realtà, ma del sogno e dell’utopia. Reale, tuttavia, o in corso di realizzazione: da qui la sua forza seduttrice. Immaginiamo se le Brigate Rosse negli anni ’70 avessero avuto uno stato in divenire, e un terreno di scontro militare cui fare riferimento, quasi una concretizzazione della lotta tra bene e male: quante persone in più avrebbero attratto, o almeno sollecitato? In fondo, in chiave diversa, è lo stesso sogno che richiamava al combattimento giovani provenienti da ogni dove nelle Brigate Internazionali in Spagna, nel ‘36. E in tanti altri casi. Inclusi, per quel che riguarda l’islam, i precedenti del jihad afghano, ceceno o bosniaco.

E’ per questo che il controllo e la repressione, pur doverosi e necessari, non basteranno. Come per i precedenti che conosciamo dalla nostra storia, è stata la battaglia culturale interna ai mondi che il terrorismo, senza volerlo, hanno espresso, la carta vincente che ha portato alla sconfitta di questi movimenti. Una battaglia quindi, in questo caso, per molti versi interna all’islam e alla sua meglio gioventù.

La seduzione del califfato. Il richiamo del radicalismo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 luglio 2015, p.1

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