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Le parole del Nordest: Fiducia

Fiducia deriva dal latino fidere: aver fede. E’ la credenza in una persona o istituzione, o nel successo di un’azione; ma anche l’aspettativa, formulata in condizioni di incertezza, di un comportamento favorevole messo in atto da individui, gruppi, istituzioni sociali o sistemi. Non ha apparentemente molto a che fare con la razionalità economica, quella che si basa sul mero calcolo costi benefici. E’ qualcosa di più e di meno: di più perché è più forte, offre quella spinta in più che ci fa agire; di meno perché non sempre – e forse di rado – si fonda su argomentazioni certe e verificabili. Eppure è proprio su di essa che si basa l’intera impalcatura dell’economia di mercato, e tanto più i meccanismi redistributivi e le forme di reciprocità. La parola fiducia ha a che fare, non a caso, con la stima e il credito: parole che hanno una duplice valenza, economica e morale (faccio fare la stima di un manufatto o di un’impresa, e ho stima di una persona; fornisco o ricevo credito, spesso perché sono una persona che, appunto, ha credito: o, all’opposto, cado nel discredito), a loro volta legate alla reputazione, cruciale per le imprese come per le persone. Ed è prepotentemente al centro dei meccanismi della vita politica democratica: tanto che un governo non può agire, e nemmeno esistere, senza la fiducia del parlamento. La società stessa non potrebbe esistere senza fiducia: che l’altro non mi faccia del male, che il cliente paghi domani ciò che il fornitore gli ha dato oggi. Per questo è parola chiave del vocabolario economico e finanziario: il fido bancario, la fidejussione, la fiduciaria, il professionista di fiducia, ma anche la diffida e la fedina penale, e il concetto giuridico di buona fede; per non parlare dell’equivalente inglese trust e dei suoi derivati, che fanno parte dell’architettura stessa delle imprese, come il board of trustees.

La fiducia si lega dunque alla speranza: che le cose vadano bene, per l’appunto, o meglio. Per questo è una tipica virtù di chi intraprende: attività, carriere, imprese, ma anche solo un viaggio. Senza fiducia, senza speranza, non c’è progettualità, e in definitiva futuro.

Nell’economia e nella società del nordest ha giocato un ruolo fondamentale, e lo gioca ancora. E’ un ingrediente imprescindibile soprattutto nel settore privato, qui particolarmente attivo, dato che in esso non si può tirare a campare, e nemmeno vivere al di sopra delle proprie possibilità (e del pubblico, spesso, si dif-fida). In questo la conformazione del territorio può aiutare: viene infatti più facile, laddove ci si conosce personalmente, dove c’è un rapporto con la gente e con la terra. Aiuta il fatto che lo stesso tessuto urbanistico sia fatto di piccole città (solo sette città nelle tre regioni del nordest hanno più di centomila abitanti: Venezia, Verona, Padova, Vicenza, Trieste, Trento e Bolzano). In fondo, in Veneto, in Friuli, e a maggior ragione tra le minoranze linguistiche, ci accorgiamo che esiste un’identità che possiamo definire dialettale: che qui è infatti lingua alta, non solo popolare (nessun giudizio di valore: una lingua non è che un dialetto che ha vinto sul piano storico, e un dialetto una lingua che ha perso). E si trasmette con facilità, anche laddove non è insegnata a scuola, precisamente perché è un forte veicolo identitario: al punto che viene fatta propria anche dai neo-immigrati. Funziona meglio se c’è una storia comune, ancoraggio nelle tradizioni: che tuttavia non la garantiscono (si pensi al ruolo calante della religione nel determinarla). Perché è vero che si apprende dal contesto, e in certa misura la si può dare per scontata, tra conoscenti. Ma è anche vero che si trasmette a sua volta, alle nuove generazioni come ai nuovi venuti: può bastare una stretta di mano, l’impegno in un lavoro comune, la condivisione di un pasto o di un progetto aziendale. In una società stabile, qual è il sostrato contadino e artigiano, fa in un certo senso parte dell’eredità sociale. In una società sempre più mobile, e dove a muoversi non sono solo il denaro e le merci, non è più così, e bisogna saperne costruire le leggi: ciò che può avvenire più facilmente laddove questa eredità sociale è solida, radicata. Conta anche il radicamento territoriale delle banche e del mondo cooperativo (destinato tuttavia a ridursi), ed è evidente il suo ruolo nell’esperienza dei distretti (a riprova che anche laddove c’è concorrenza è possibile costruire rapporti fiduciari). Ma ha il vantaggio di svilupparsi nel corso dell’interazione, che ne è quindi all’origine, anche laddove non c’è sostrato culturale comune. Ed è l’unica risorsa che non si esaurisce con l’uso, ma al contrario nel non venire usata: e si riproduce quindi facilmente, finché c’è la volontà di farlo.

Economia e società, nulla esiste senza fiducia. Ed è l’unica risorsa che non si esaurisce con l’uso, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 6 luglio 2015, p.9

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