stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Profughi: La tempesta perfetta

La vicenda di Quinto di Treviso può essere considerata la tempesta perfetta. Solo che qui la natura non c’entra nulla: tutto accade per azione (e soprattutto per inazione) degli uomini, e i colpevoli sono tali più per omissioni che per opere, più per ignavia (degli uni) che per protervia (degli altri), più per incapacità che per volontà, più per ignoranza che per cattiveria. Ciò che non rende incolpevoli i responsabili, e innocenti coloro che la tempesta l’hanno causata.

Ricominciamo dall’inizio. Il governo si trova a dover affrontare un’emergenza immigrazione (programmabile tuttavia entro certi limiti, in termini di accoglienze da predisporre), che riguarda profughi e migranti economici (usciamo dall’ipocrisia: difficili da distinguere in molti casi). E cerca di spalmarli equamente sul territorio, mettendo a disposizione le risorse economiche per il loro mantenimento (i famosi 35 euro al giorno dati alle cooperative che se ne occupano; curiosamente equivalenti alla spesa pubblica pro-capite: 12.979 euro l’anno, poco più di 35,5 euro al giorno).

E’ un bene? Certamente no: ma è una situazione tampone di fronte a un problema reale. Il governo è a posto? Nemmeno per sogno: perché di fronte a un problema del genere, la strategia di suddividerli non basta. Occorre accelerare moltissimo l’esame delle pratiche: senza puntare troppo, retoricamente, sul rimpatrio dei non aventi diritto (guai a vantarlo se poi non lo si riuscisse a fare: e ci riescono poco anche gli altri paesi europei). Occorre creare una struttura di accompagnamento degli enti locali, e attuare contestualmente (non dopo: concordandoli prima) dei meccanismi di incentivazione e di compensazione dei comuni. E soprattutto programmare i flussi, spiegandoli a sindaci e cittadini. In Germania, ad esempio, la struttura centralizzata che li suddivide (il cui rispetto è ferreo, pur trattandosi di paese federale: nessun comune o regione si sognerebbe mai di rifiutarli), programma gli inserimenti in base anche alle tendenze demografiche, e ne spiega agli enti locali i vantaggi di prospettiva, che sono molti (più residenti vuol dire più lavoratori, più consumatori, più bambini nelle scuole e pazienti per i medici, più clienti per i negozi, cioè più posti di lavoro autoctoni, ricchezza e PIL – e in prospettiva più lavoratori per pagare le pensioni a fronte dell’invecchiamento della popolazione). C’è di più: il governo tedesco garantisce il permesso di lavoro ai profughi dopo tre mesi di permanenza – e i sindaci spingono per abbreviare ulteriormente questo periodo. Ma lì c’è ascolto reciproco e collaborazione: qui no. Ed è il caso di andare a vedere l’altra faccia della medaglia: il ruolo di regioni (o meglio di una sola, il Veneto: che è l’eccezione, non la regola, in Italia) e comuni.

Nessuno è felice di ricevere altri residenti: anche se un’analisi dei dati economici e demografici, non solo una reazione emotiva, farebbe capire molte cose che oggi non si capiscono, volutamente. Ma è semplicemente vergognoso che il governatore di una regione, e i sindaci con lui, si rifiuti semplicemente di discutere. Perché il problema è lì: se ci si rifiuta di collaborare, i prefetti sono costretti a fare da soli – facendo, spesso, danni (è intollerabile che un prefetto trasferisca dei profughi senza nemmeno telefonare al sindaco: ma se il governatore rifiuta di creare un coordinamento, illudendo i sindaci che nulla possa succedere, di chi è la colpa?). Se invece si concordasse il progetto, e si programmasse insieme, si potrebbe decidere il dove e il come, nell’interesse di tutti. Così come è indecente che si aizzino le folle, usando frasi in libertà del tipo “stanno africanizzando il Veneto”: risibili, peraltro, di fronte ai numeri in questione. Così come è ignobile il solito teatrino di strumentalizzazioni in favore di telecamera, da Forza Nuova a Salvini: identici e indistinguibili, nel loro comportamento (salvo che la prima non andrà mai al potere, mentre il secondo si candida a premier). Questa campagna elettorale permanente sulla pelle dei profughi e dei cittadini non solo non produce nulla di buono, e crea problemi invece di risolverli: ma rischia di fare un grosso danno di lungo periodo, economico e culturale, ai veneti (per non parlare dell’immagine del Veneto – poi non ci si stupisca della percezione che se ne ha nel resto d’Italia e all’estero), vendendoglielo come vicinanza ai problemi della gente. Produrrà voti, certo: ma anche una devastazione morale, culturale ed economica il cui prezzo pagheranno quegli stessi elettori, non certo gli eletti.

Quanto agli abitanti di Quinto, come di Eraclea e di altrove, insieme ai profughi lì paracadutati: sono entrambi le vittime di un sistema allo sbando. Solo che le responsabilità, diffuse a tutti i livelli, non sono equamente suddivise: e chi grida allo scandalo, recitando il ruolo della verginella ritrosa brutalmente violata, appare più spesso come causa del male che non come sua vittima. Il problema c’è: la scelta è tra collaborare per risolverlo o lasciarlo incancrenire e scoppiare – le due soluzioni non hanno la stessa valenza morale e politica.

La tempesta perfetta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 luglio 2015, p.1

Leave a Comment