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Scuola: perché riformare è difficile

Adesso che la riforma della scuola è stata approvata, possiamo trarre qualche considerazione da ciò che è successo: su quanto è avvenuto sul terreno, prima ancora che sul merito della riforma, che andrà valutata nella sua applicazione concreta.

Penso che la scuola avesse bisogno di una riforma radicale: organizzativa, didattica, delle modalità di lavoro, degli obiettivi, dei mezzi che usa per raggiungerli, se mai mette in rapporto gli uni e gli altri (o della sua difficoltà a farlo: che è uno dei motivi per cui aveva bisogno di una riforma). Sapendo che al suo centro non ci sono né insegnanti né presidi, né stabilizzati né precari, ma gli studenti: sono loro la sua ragion d’essere e il suo fine.

Penso lo stesso dell’università, in cui lavoro. E come per l’università, penso che la riforma necessaria non sia (stata, nel caso della riforma Gelmini) sufficiente non perché riforma, ma perché non lo fa abbastanza. Perché non c’è stato il coraggio di essere davvero radicali, drastici, netti, nell’indicare una prospettiva di cambiamento, sui contenuti e sui mezzi, sulle pedagogie e sul modo di perseguirle. Anche perché la scuola stessa non ha collaborato in questa direzione: o almeno, a dispetto di una vasta consultazione, hanno fatto più notizia le proteste che le proposte. Ci si è concentrati più sulla difesa (di alcune prerogative: di fatto, dello status quo) che sull’attacco (ai modelli educativi e alla loro efficacia).

Penso che il governo abbia perso, nonostante l’approvazione della riforma: perché ha vinto contro un pezzo significativo della scuola, che si è mobilitato contro di esso al punto da punirlo anche con il voto (o con il non voto, che è lo stesso). E farà di tutto per danneggiare la riforma nella sua applicazione, come ha già minacciato, fin dalla ripresa autunnale: dando, in questo, un pessimo segnale educativo, di (mancanza di) responsabilità civile – le leggi si contestano, se non si è d’accordo, ma una volta approvate si rispettano, non si boicottano.

Penso che il movimento degli insegnanti e delle organizzazioni che lo rappresentano abbia perso: non perché è passata la riforma, ma perché ha lottato nel modo sbagliato, concentrandosi sugli obiettivi sbagliati (la valutazione, il ruolo organizzativo dei presidi, il potenziale ingresso dei privati). Discutibili nelle modalità ma sacrosanti nel merito, che invece è stato ideologicamente al centro della protesta: lo dico da docente che è valutato da anni, pure dai suoi studenti, e non ha osservato alcuno scadimento della didattica, anzi; che vive in un mondo dove i rettori contano e possono migliorare o peggiorare di molto un’istituzione; dove l’eventuale collaborazione con il privato è un vantaggio.

La responsabilità di non aver cambiato abbastanza sta in capo al governo, non c’è dubbio. Così come il merito di aver voluto cambiare un po’: con il coraggio di aver toccato anche qualche tabù (magari male, ma era giustificato il farlo). L’opposizione che si è manifestata ha offerto una immagine di sé ambivalente (tante buone energie e riflessioni, ma anche molto rumore per nulla, e nei casi peggiori un certo sguaiato ribellismo), che si traduce in una sensazione spiacevole: quella che se si fosse proposta una riforma più radicale e coraggiosa (anche sulla didattica, e nel senso indicato dai migliori tra gli oppositori della riforma: che usavano gli argomenti del “non si toccano i veri nodi” per contrastare l’aver toccato nodi a loro parere secondari), l’opposizione e la protesta sarebbero stati ancora maggiori. Questo, almeno, da parte delle organizzazioni degli insegnanti, non necessariamente degli insegnanti individualmente: e questo è un punto che va sottolineato (ché molti insegnanti non hanno né scioperato né manifestato il loro dissenso: la pretesa di chi si è mobilitato di rappresentare tutta la categoria va quanto meno soppesata).

Da queste premesse, certo discutibili, non si può che trarre una considerazione, che è di merito ma anche di metodo. Che l’istituzione scuola – non per responsabilità dei singoli insegnanti, tanto meno di quelli che ad essa dedicano uno straordinario serbatoio di energie e competenze: un po’ di più delle loro organizzazioni rappresentative – sia riformabile solo contro il parere di chi sostiene di rappresentarne gli interessi: quale che sia la riforma. Esattamente quello che temiamo sia vero anche per la riforma della giustizia e il ruolo delle organizzazioni dei magistrati. O per la riforma delle forze armate. E più in generale per la riforma del pubblico impiego, e delle organizzazioni che lo rappresentano.

Il che aumenta, non diminuisce, le responsabilità di chi governa: di cercare il consenso, di ascoltare, e soprattutto di proporre buone riforme, che tengano conto dei pareri esperti interni, senza subordinarsi ad essi. Poiché in ogni caso nessuna riforma sarà premiata da un consenso interno immediato, almeno esplicito, le riforme dovranno essere fatte bene. Puntando a un consenso più di lungo termine e più largo (sociale, non categoriale), e con il coraggio quindi di pagare lo scotto di una certa impopolarità iniziale dentro le categorie interessate.

Scuola, gli errori: La riforma serviva radicale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 luglio 2013, p.1

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