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Il senso dell’ozio

per la rubrica “Le parole del Nordest” il tema, in agosto, non poteva essere che una riflessione sul senso delle parole vacanza, riposo, ozio.

Sembra impossibile che la parola vacanza faccia parte del vocabolario del Nordest, la cui etica collettiva è fortemente incentrata sul lavoro: e forse è così. Infatti per molti la vacanza significa proprio quanto suggerisce l’etimologia della parola: da vacuus, vuoto. Una specie di angoscia da mancanza (di lavoro): non a caso una sede o un posto vacante è un posto che manca del titolare, e da’ un’idea di provvisorio, di qualcosa che dovrebbe essere altrimenti – un’interruzione non gradita delle normali attività lavorative. Che molti, in vacanza, risolvono restando connessi via computer e via telefono (magari urlando sulle spiagge telefonate di lavoro per far vedere che sono molto occupati; e d’altro canto facendo schiattare di invidia, con lo sciabordio dell’acqua in sottofondo, chi è ancora in città a lavorare…).

Eppure ne abbiamo bisogno, di vacanza: ci è necessaria, ci fa persino lavorare meglio, dopo. Proviamo, allora, a cercarne qualche altro significato. Il riposo: dove re- è la particella intensiva di un verbo che significa, come si comprende facilmente, fare pausa; farla bene, dunque – intensivamente. Per esempio, facendo le ferie: parola che per qualche strano motivo è venuta a significare, oltre alle vacanze, anche i giorni feriali, cioè lavorativi, ma che in realtà è connessa alle feste, soprattutto quelle legate ai santi (un significato rimasto nello spagnolo feria). Per paradosso, è significativo che in greco la parola per riposo e tempo libero, ma riposo attivo, dedicato ad attività piacevoli, sia la parola scholé: per i greci era il tempo da dedicare, per piacere, alla contemplazione della bellezza e all’approfondimento delle idee; per noi è diventato il tempo da dedicare, per dovere, a uno studio di cui spesso non si comprende più il senso e di cui certo non si gusta il piacere.

Ma c’è un significato ancora più forte dei periodi di vacanza, che per gli antichi avrebbe dovuto caratterizzare l’intera vita pienamente intesa: quello racchiuso nella parola otium: che, nell’accezione originaria, assomiglia assai poco all’immagine vagamente parassitaria di un nullafacente allungato su una sdraio con una bibita in mano cui oggi quasi automaticamente lo associamo.

Ozio è parola poco veneta e poco nordica, e in questa parte del paese ci si identificherebbe con essa a fatica. Ci si identifica assai più con il suo opposto: il negotium. Che per noi è il negoziare, verbo tipicamente usato per significare lo scambio di merci o di titoli: parola positiva, in cui riconoscere l’impegno volto al lucro. Ma che per gli antichi romani significava altro: il nec-otium, ovvero ciò che non è ozio, il suo opposto insomma. Dove è ozio la parola positiva, e il non ozio, appunto, il suo negativo, linguistico e morale.

Nel lavoro spesso ci si perde: non a caso chi si identifica esclusivamente con il proprio lavoro, nel momento in cui lo perde, o perde il ruolo che aveva (nei casi più fortunati, perché va in pensione; nei peggiori, perché il lavoro va male), rischia di perdersi, al punto talvolta di togliersi la vita. Nell’ozio contemplativo ci sarebbe invece la possibilità di ritrovarsi. Ma forse è proprio di questo che si ha paura: di guardarsi dentro, di vedersi bene. Per questo, probabilmente – per ritornare al punto da cui siamo partiti – si ha paura del vacuus, del vuoto che la vacanza potrebbe rappresentare, come occasione, e lo si riempie ossessivamente di attività più o meno piacevoli, di impegni sportivi o ludici, anch’essi con i loro orari e vincoli, di relazioni futili e non impegnative: utili per riempire il tempo, della cui vuotezza si ha paura, ma non per dargli il senso.

E invece, uomini e donne del Nordest, è proprio di questo che avremmo bisogno (anche, persino, per lavorare meglio): di riposare (di fare pausa), di fare vacanza (di svuotarci un po’ per capirci meglio), di oziare profondamente. Dobbiamo, e potremmo, riempire di ozio il lavoro, non il contrario: per rendere nuovamente ricco di senso il lavoro che, da mezzo di emancipazione, abbiamo troppo spesso fatto diventare schiavitù di cui siamo vittime, e da mezzo abbiamo fatto diventare fine. Perciò, a tutti, buone vacanze.

Non abbiate paura del ‘vuoto’: oziare serve a capirci meglio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, in serto “Corriere Imprese Nordest”, 10 agosto 2015, p.3

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