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Discoteche e sballo: quello che non ha senso fare

Non amo le discoteche. Nella mia vita hanno fatto il boom quando ero giovane, ma io le ho frequentate pochissimo – preferivo altro. E le poche volte che ci sono andato non mi è piaciuto un granché. Il che non mi ha impedito di incontrare lo spaccio e la morte per droga: per quello mi è bastato andare a scuola e fare politica. Ma sarebbe stato sufficiente anche solo frequentare bar più o meno blasonati della destra o della sinistra dell’epoca, distinti o popolari locali jazz o rock, centri sociali, club di tifosi, università, e anche un certo mondo del lavoro assai trendy della Milano in cui sono nato e cresciuto. E non era diverso altrove. E non è diverso in Veneto. O a Riccione.

Tutto questo per dire che trovo insensata, inutile, e persino grottesca, la chiusura del Cocoricò, dopo la morte di un povero ragazzo dell’età di mio figlio, che ci era andato forse per la prima volta, e la droga se l’era procurata prima, da un amico. Forse era mal tagliata con qualcos’altro. Forse ne ha presa semplicemente troppa, come ha confermato l’autopsia. Sicuramente non ne conosceva le conseguenze, e come gestirla. E certamente avrebbe fatto molto ma molto meglio a non prenderla, a non avvicinarcisi nemmeno.

Ma non è con il proibizionismo esteso anche ai locali (e domani, dopo un’altra morte, a un party organizzato su una spiaggia, ai luoghi pubblici. Ma dopodomani, se un ragazzo morisse in una casa durante una festa privata o magari nel giardino dei mio dipartimento in università, che si fa, cosa si potrebbe chiudere?) che si risolve il problema.

Non mi piace, quel mondo. Detesto il loro modo di fare soldi. Mi ripugna il pensare solo a un divertimento pagato a caro prezzo, drogato anche solo dal semplice fatto che non se ne può fare a meno. E provo un fastidio culturale, per non dire antropologico – se mi si consente una battuta politically uncorrect – per il démi-monde dei frequentatori di locali dove ciò che conta di più è l’apparenza, una certa recitazione di ruoli che non mi sono mai appartenuti: e più hanno capacità di spesa (fuori da un linguaggio forbito: più sono ricchi e buzzurri), e meno li sopporto. Sapendo, peraltro, che gente di questa risma non si trova solo lì: la trovo anche in altri posti che mi capita invece di frequentare.

Ma, con tutto questo, non sono così cieco da non vedere che chi ci va cerca anche altro, ed evidentemente lo trova. E che se lo trovasse altrove non ci andrebbe. E quindi rispondono a un bisogno – di socializzazione, di divertimento, di relazione, sì anche di perdita di controllo – di molti. Il problema in ogni caso non è il ballo, di per sé innocuo (che anzi forse farebbe bene anche a molti che non lo praticano o lo censurano…), ma lo sballo forzosamente collegato ad esso.

In ogni caso, vorrei che fossimo onesti. Questi locali vanno controllati dal punto di vista del rispetto della legalità (in tutti i sensi: vendita di droga, ma anche evasione fiscale, retribuzioni in nero, rispetto delle norme edilizie e di sicurezza, di inquinamento acustico e quant’altro), magari introducendo nuove misure (come il Daspo per gli spacciatori, proposto anche dai gestori di locali; o facendo una riflessione sull’ingresso dei minorenni). Più ancora di altri settori, d’accordo. Facciamogli sentire la pressione sul collo, affinché si responsabilizzino di più, attivandosi con adeguata vigilanza anche all’interno dei locali. Aumentiamo i controlli prima e dopo: anche sul tasso alcolemico e sull’assunzione di stupefacenti, specie per chi guida. Favoriamo campagne di sensibilizzazione, educazione, formazione: degli utenti e del personale. Ma chiuderli – non risolvendo il problema, ma spostandolo semplicemente – ha solo il sapore della stupida rivincita moralistica, ipocrita e bacchettona, e palesemente senza capacità di gestire il problema o anche solo di fornire argomenti a sostegno della propria tesi: proprio come siamo spesso noi genitori di figli adolescenti e post-adolescenti nei nostri momenti peggiori, di maggiore scoramento e di palese incapacità dialogica. E non sarà certo un atto di forza, in fondo di arroganza, a renderci più piacevoli ai loro occhi.

Disco, chiudere e non risolvere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 agosto 2015, p.1

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