stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Morire di sballo, morire d’amore. Fragilità ed eccesso

E’ curioso – e significativo – che proprio nel tempo della vacanza, in cui si vorrebbe pensare ad altro, si sia circondati e ci si ritrovi a discutere (ovunque, incluso sotto l’ombrellone) di notizie di morte. Le morti adolescenti delle discoteche e dello sballo. Le morti degli incidenti stradali, magari anch’essi legati alla movida notturna, al tasso alcolemico o a qualche pillola sintetica. Ma anche le morti giovani di suicidi per amore: altro motivo, ma in fondo qualche legame con le precedenti. Ovvio che ne parliamo: potrebbero essere i nostri figli (o noi stessi) sia le vittime che i carnefici, sia i venditori che gli acquirenti di sostanze letali, sia gli amici che chiamano i soccorsi ma scappano di fronte alla responsabilità, che i volontari che cercano di rianimarli (ci sono anche loro), sia coloro che abbandonano il mondo sia gli abbandonati.

Senza voler banalizzare spiegazioni, forse c’è, in comune, una certa facile vicinanza all’eccesso, alle scelte estreme. E una certa fragilità di fondo. E’ un eccesso morire per un cristallo sintetico mischiato con alcol di cattiva qualità, solo per sballare qualche ora in più. E’ un eccesso andare a centocinquanta in una provinciale senza avere il controllo di se stessi, figuriamoci della propria auto. E’ un eccesso uccidersi perché lasciati dalla propria ragazza o ragazzo. Ed è una fragilità evidente non sapersi rapportare con i limiti del proprio corpo e del proprio desiderio, o di quello altrui.

Non c’è nulla di particolarmente nuovo in queste storie. Osare imprese impossibili e forzare i propri limiti, per motivi buoni o pessimi, è storia umana, da Adamo e da Icaro in avanti. Ma anche rinunciare alla vita di fronte all’ostacolo giudicato insormontabile, alla difficoltà imprevista, al cambiamento di prospettive: accadde nel Werther di Goethe, provocando un’epidemia di suicidi da effetto imitativo, e riaccade oggi. Quello che cambia, forse, è la quantità, il peso statistico: il fatto che queste morti si siano per così dire democratizzate (il suicidio d’amore non più solo per le elite borghesi colte, ma a disposizione di tutti. E la droga ormai a portata di tutte le tasche). O forse solo l’eccesso di mediatizzazione: perché di queste morti si discute, e tanto. E forse questo risponde a un bisogno che abbiamo, in una società analgesica, che la morte e il dolore, come la vecchiaia e la disabilità, e tutto ciò che non corrisponde all’ideale vitalistico e giovanilistico ufficiale, le nasconde.

Non intendiamo dare spiegazioni: non ne abbiamo. Se non appunto riflettere sulla fragilità e la tentazione dell’eccesso (che spesso vanno insieme) caratteristiche di tanti di noi. Maschi in particolare: che infatti di suicidio, o per la conseguenza di stili di vita più eccessivi (la velocità, le armi da fuoco, la cirrosi…) muoiono il doppio delle femmine, come ci testimoniano con fredda crudezza i dati Istat. Ecco, lì c’è qualcosa da indagare, risposte da cercare, non già preconfezionate.

A noi non resta che quel po’ di misericordia che riusciamo a rubare al voyeurismo dei selfie sui luoghi dei drammi (c’è anche quello), la com-mozione (il muoversi con, l’emozionarsi insieme) che ci porta a identificarci con i protagonisti dei drammi (quelli che muoiono, ma anche quelli che restano, nel loro dolore e nelle loro domande senza risposte), e, di fronte alle morti volontarie e cercate (ma lo sono anche molte che non rubrichiamo come suicidi), la consapevolezza che, come diceva Junger con grande umana saggezza, “il suicidio è un indizio del fatto che esistono cose peggiori della morte”: anche se noi – quando stiamo bene, e non siamo depressi – non lo capiamo.

Non c’è da dire null’altro. Ma riflettere non ci fa male. Perché aprendoci a domande non solo sul perché e sul come, ma anche sul dopo, ci chiede risposte sul prima, sulla nostra vita presente, il suo senso e il suo non senso. Un’occasione di cui siamo debitori, dopo tutto, a chi ce la dà. Senza giudizi approssimativi e in definitiva inutili. Come scriveva Wislawa Szymborska, in una poesia dedicata all’11 settembre: “Solo due cose posso fare per loro / descrivere quel volo / senza aggiungere l’ultima frase”.

La facilità dell’eccesso. Dietro le morti d’estate, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 agosto 2015, p.1

Leave a Comment