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Ora che abbiamo visto. Profughi, migranti e mondo globale

Nessuno può dire di non avere visto. Le immagini al confine macedone e ungherese, con bambini, vecchi e disabili che seguono i binari o passano sotto al filo spinato che domani sarà un muro, si sommano a quelle dei morti sui barconi e le spiagge del Mediterraneo, agli asfissiati nei Tir in Austria, agli aggrappati agli scogli di Ventimiglia, agli assalti ai treni di Calais, ai morti nell’Eurotunnel, a quelli, persino, che hanno tentato di attraversare la Manica a nuoto, i cui cadaveri sono stati recuperati sulle coste norvegesi, portati dalle correnti. Ormai trovare un cadavere su una spiaggia, o su un terrapieno in una qualche landa ai confini dell’Europa, sta diventando una possibilità, a breve una probabilità, cui rischiamo di abituarci. E quelle immagini (su cui ragioniamo qui) hanno la stessa cruda nettezza di quelle dei campi di concentramento o delle vittime civili delle guerre. Possiamo fare ancora finta di non vedere? Possiamo continuare in un dibattito sterile su quanti migranti di qui e quanti profughi di là, su una caserma o un appartamento, in litigi estenuanti e vacui, senza occuparci davvero della questione?

Certo, c’è il problema del cosa fare. E qui ci sono necessità e responsabilità europee, di cui finalmente si comincia a prendere atto. Ora che i confini pieni di buchi stanno diventando tutti i confini, semplicemente perché sono tali, perché separano, agli occhi di chi si muove, la salvezza dalla dannazione, tanto da rischiare la morte per attraversarli, si cominciano anche a superare – almeno in alcuni paesi e regioni – gli egoismi nazionalistici e localistici, ci si accorge che è affare comune, e che forse l’Europa è nata proprio per occuparsi di cose come queste, prima ancora che di spread e di default, o peggio di diametro delle vongole o quantità di grano duro nella pasta: e ha un senso, morale e politico, solo se queste diventano le sue priorità. La sensibilità e l’intelligenza politica mostrata dalla Germania (su cui vedi qui), aprendo le proprie porte a tutti i siriani, è un esempio di ciò che avrebbe dovuto fare l’Unione Europea; e ha mostrato che l’Italia, con tutte le sue difficoltà e incapacità, ha comunque perseguito una strada giusta, salvando i migranti sui barconi, anche se poi non sa bene come gestire il dopo. Poi però, dopo l’Europa, a cascata, ci sono i compiti e gli impegni agli altri livelli: nazionale, regionale, comunale, di quartiere, e individuale, di ciascuno di noi.

Ma prima del fare c’è il problema di come pensare questo fenomeno. E questo riguarda tutti: la mentalità dominante nei nostri territori, nei nostri discorsi, in politica, a scuola, negli ambienti religiosi. Insomma, potrà dispiacere, ma è un problema di cultura. Sì, proprio quella cosa lì: astratta per alcuni, ostica per altri, e invece ordinaria, quotidiana, perché è l’insieme degli orientamenti che guidano il comportamento di tutti noi. E qui c’è qualcosa da capire, prima ancora di agire. Capire che, per quanto riguarda i profughi, siamo di fronte alla più grande emergenza che abbia toccato il suolo europeo dai tempi della seconda guerra mondiale, con il ricollocamento allora di milioni di displaced persons, e il ritorno degli ebrei dai campi. Non possiamo fare finta di non vedere: perché questo peccato individuale di vigliaccheria rischia di diventare un reato collettivo di omissione di soccorso. Non vorremmo doverci sentir rimproverare un domani, dai nostri figli, di essere stati inerti o peggio condiscendenti di fronte alla morte, nei nostri territori, di migliaia di persone, innocenti fino a prova contraria, vittime semmai, certo non carnefici.

Nello stesso tempo dobbiamo capire che se per i profughi si tratta di una emergenza da affrontare con i mezzi necessari (e la Germania, derogando agli accordi di Dublino, ne ha mostrato uno), per le migrazioni si tratta ormai della normalità, di un processo fisiologico e non più patologico, di un dato strutturale e non più contingente del modo di essere degli umani nel mondo: mobili, nomadi, come all’inizio della loro storia. E che i due fenomeni, profughi e migranti, hanno cause diverse (che non escludono, in entrambi i casi, responsabilità dell’occidente, peraltro), ma sono intrecciati e si sovrappongono. E oltre certi limiti non è possibile e nemmeno giusto – e probabilmente, in termini pratici, illusorio – distinguere tra profughi da accettare e migranti da respingere. Certo, vanno regolati i flussi. E molto lavoro – e costoso – è da fare nei loro paesi d’origine. Tenendo presenti i loro interessi e i nostri. Ma in qualche modo, in qualche misura, dovremo farci carico, pro quota, della nostra parte di responsabilità, e della nostra parte di realistiche possibilità concernenti gli uni e gli altri. Che è molto di più di quanto stiamo facendo ora.

Profughi, siamo tutti responsabili, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 30 agosto 2015, p.1

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