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Tra Lega e Chiesa: dietro lo strappo su profughi e migranti

La lettera dei vescovi di Treviso e Vittorio Veneto sui profughi si presta a riflessioni su più livelli, che vanno al di là della polemica più o meno esplicita tra Chiesa e Lega. I vescovi in fondo fanno solo delle considerazioni di buon senso, anche pacate. Che si aprono con un richiamo al “rispetto della realtà”, a cominciare dai numeri e dalle proporzioni del fenomeno, al di là del professionale soffiar di tromboni e sparar bufale di molti.

Chiedere semplicemente di occuparsi del problema – come ogni amministratore dovrebbe fare ma in Veneto trova normale non fare, lasciando la grana ad altri – è anch’esso normale buon senso. E anche il rimanere “sconcertati” dal pensare che si possa essere cristiani senza alcuna attenzione per gli ultimi lo è. Così come il chiedere di coniugare mente e cuore nell’affrontare il problema. Fino all’avvertimento contro l’ipocrisia tratto dalla lettera di Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere?». Solo in margine si passa alla critica contro alcune “componenti ideologiche” che pesano, nella risposta alle sfide che l’immigrazione globale pone, anche al di là dell’emergenza profughi.

Eppure la risposta è stata dura, da parte della Lega, che le istituzioni guida operativamente e ideologicamente. Da scontro frontale, non da collaborazione e nemmeno da diplomazia tra istituzioni. Lo si capisce dalle parole di Zaia, che hanno il sapore dell’irrisione: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” – come se il peccato fosse della Chiesa. Condito da parole ancora più sarcastiche: “I veneti si chiedono: i vescovi hanno dato tutto quello che potevano dare? I seminari sono tutti pieni di immigrati e di profughi? Gli altri edifici a disposizione dei vescovi non sono più utilizzabili tanto sono pieni di profughi? Proprio non mi risulta”. Come se non fosse la Chiesa cattolica, con le sue organizzazioni, a cominciare dalle Caritas, ad avere sulle spalle, in tutto il Veneto – e forse qui più che altrove, data la latitanza delle istituzioni – l’accoglienza degli immigrati. E come se non fosse compito delle istituzioni laiche, invece, occuparsi dei problemi laici: che in Veneto i laici trovano invece normale lasciare ad altri.

E’ la Lega che non è più in sintonia con la Chiesa, o la Chiesa che non lo è più con il Veneto? Entrambe le cose. La Lega ha sempre cercato di sostituirsi alla (non di appoggiarsi sulla, o di cercare il consenso della) Chiesa: il suo uso dei simboli cristiani, a cominciare dal crocefisso, è puramente strumentale. Lo si appende in ufficio davanti ai giornalisti, o lo si distribuisce per strada in qualche manifestazione, ma a casa non lo si ha e non lo si prega, e del resto ci si fa vedere poco anche in chiesa: giusto nelle occasioni istituzionali. Si scrive “Padania cristiana” sui muri, ma ci si sposa con matrimonio celtico, come Castelli e Calderoli, e ci si separa allo stesso modo. Ci si appropria di argomenti tipici della Chiesa, come la difesa della famiglia, e si tuona contro i gay, ma ci si sposa civilmente e si prolifica al di fuori del matrimonio, come Salvini. Il tutto senza percepire contraddizione alcuna: perché il riferimento alla chiesa, e più ancora alla fede, è solo strumentale, e meramente ideologico – non religioso e tanto meno spirituale. In questo era più onesto Bossi, che chiamava l’allora presidente della Cei, Ruini, “la ruina d’Italia”, tuonava contro i “vescovoni”, e agli albori della Lega, come testimoniano i primi numeri di Lombardia autonomista, faceva teorizzare il passaggio del Nord al protestantesimo (anche se poi, per non scontentare nessuno, faceva inventare ad Irene Pivetti una inesistente consulta cattolica della Lega: una attività puramente immaginaria, più o meno come i comunisti padani di cui era leader il giovane Salvini).

Quanto al rapporto della Chiesa con il Veneto, forse sarebbe più giusto domandarsi se il Veneto sia stato mai così veramente e profondamente cattolico come usa descriverlo. Certo che si identificava con la Chiesa. Certo che si andava tutti a messa. Certo che votava Democrazia Cristiana. Ma quanto questa fosse un’identità scelta, e quanto invece l’unica disponibile, in una terra conservatrice che ha sempre considerato il socialismo un’ideologia straniera, è materia di discussione. Il sospetto non ci viene dall’atteggiamento dei veneti nei confronti dei profughi, così come lo descrivono la politica e i media (e che peraltro oscura quanto molti stanno invece facendo in positivo): ma, prima ancora, da tutti i cambiamenti che hanno attraversato il Veneto con una transizione rapidissima – che in una generazione, la stessa in cui da povero si è scoperto ricco, l’ha portato dalla famiglia allargata al declino demografico, e dall’emigrazione all’immigrazione. Quasi che il cattolicesimo fosse un’identità che si credeva più forte di quello che era, e che funzionava come collante solo fino a che poteva operare in regime di sostanziale monopolio, e soprattutto fino a che si era poveri. Se è bastata la ricchezza a vaporizzare l’identità cristiana di molti veneti, trasformandola in schietto egoismo, è forse dovuto al fatto che questa identità era più superficiale di quanto non si credesse.

Resta il fatto – pur senza voler tirare i vescovi per la tonaca – che la presa di posizione dell’episcopato, con le allusioni evidenti ma non esplicitate con nome e cognome a una forza politica come la Lega, è quanto di più simile a una contrapposizione di principio che si sia visto dai tempi della scomunica esplicita ai comunisti o di quella velata al centrosinistra nella polemica sui valori non negoziabili, durante la stagione ruiniana. Per la prima volta, forse, gli strali dei vescovi si rivolgono esplicitamente verso centro-destra, come nemmeno ai tempi degli scandali di Berlusconi era accaduto: perché si tocca una questione politica, non morale. A suo modo, una piccola storica svolta.

La Chiesa, la Lega e il vero Veneto. Dietro lo strappo sui migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 2 agosto 2015, p.1

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