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Ciò di cui ha bisogno la scuola

Il “Corriere della sera” pubblica un importante sondaggio sulle famiglie e la scuola (qui il link).

Ecco, da insegnante io ci rifletterei.

Fa riflettere che le opinioni di insegnanti da un lato, famiglie e studenti dall’altro, divergano così tanto, su cosa non va nella scuola e perché.

Fa riflettere che sulla valutazione degli insegnanti, o sull’utilità dei test Invalsi, la pensino praticamente all’opposto.

Io, che insegno all’università, sono già valutato dai miei studenti. Se non sono d’accordo sulle loro valutazioni, potrei rispondere che non hanno capito, che non sanno di cosa parlano, che l’esperto sull’università sono io, non loro. Anche se l’università dovrebbe servire a loro, non a me. Oppure posso decidere che fose, se la pensano diversamente, c’è un motivo, e dovrei rifletterci sopra.

Ecco, pacamente, sommessamente, inviterei gli insegnanti, che fanno un mestiere splendido e difficile (più difficile del mio: insegnare all’università è facile, in contronto), a rifletterci.

Non per mettere da parte critiche e proposte (qualche tipo di protesta forse sì, però: per esempio proprio il boicottaggio dei test Invalsi o il pregiudizio nei loro confronti).

Men che meno per questioni politiche e di schieramento: per dare ragione o torto al governo, a Renzi, alla Cgil, ai Cobas, o a chicchessia.

Ma, proprio, per rifletterci. Per evitare che lo scollamento tra lavoratori della scuola e suoi utenti aumenti ulteriormente. Il prezzo, nel lungo periodo, lo pagherebbero anche e soprattutto loro, gli insegnanti. Nessuno vorrebbe sostenere una categoria di cui non condividi le premesse interpretative e le  modalità di lettura della realtà, prima ancora che le legittime rivendicazioni sindacali e salariali.

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