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Corbyn, Mujica e l’ambivalenza del potere

La dico così, semplice e banale: ma l’elezione di Jeremy Corbyn a leader dal Labour mi pare abbia più a che fare con Pepe Mujica che con Churchill, Thatcher, Blair.
Che abbia a che fare più con il desiderio positivo di pulizia, di onestà, di qualunquismo nel senso buono, buonissimo, di essere come le persone qualunque: pulite normali, vestite normali, con frequentazioni normali, con desideri normali, un’etica (buona) normale. Più che non con il duro esercizio della forza, o quindi con l’essere o almeno sembrare delle specie di supermen, diversi da tutti, più smart di tutti: ed essere ricordati per un esercizio forte del potere che ha trasformato il reale, nel bene come nel male.
Il rischio è che questo qualunquismo buono resti solo decorativo (importante, simbolico, di indirizzo etico), ma nel caso inglese – diversamente da Mujica – destinato all’opposizione, non veramente decisivo, invece di diventare ruolo di governo, politico a tutto tondo, capace di incidere, di trasformare, di cambiare, di segnare un’epoca. E tuttavia è significativo che emerga: perché risponde a una domanda e a un’esigenza sociale profonda.
Non so come andrà a finire. La normalità mi piace, umanamente, persino esteticamente. So però, tragicamente – nel senso della tragedia greca, di quelle di Shakespeare, ma persino dall’esperienza italiana dell’ultimo trentennio – che il potere è spesso altro, ha a che fare con una sua specifica grandezza, che è tutto tranne che normale, quotidiana.

E non è facile conciliare l’una e l’altra dimensione.

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