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Il Nordest e la cultura d’impresa. Il paròn e la start up

Capitalismo molecolare. Impresa diffusa. Il paròn con il cuore da operaio. I contadini e gli artigiani che fecero l’impresa. Il Nordest per molti anni è stato questo. O è stato raccontato così. Uno slancio imprenditoriale che aveva molto dello spirito del capitalismo originario (che, in effetti, qui prima non c’era), e con l’hybris – la forza dirompente e inarrestabile – dell’imprenditore schumpeteriano: tanta voglia di fare; un’identificazione assoluta e totalizzante con il proprio lavoro, anzi, con la sua sede, la fabbrica; sobrietà e rigore come metodo; il bisogno persino culturale di fare da sé, di mettersi in proprio, di giocarsi; e naturalmente una spinta poderosa a fare denaro, schei, prendendolo come metro di misura, come ragion d’essere, come ossessione faustiana – più per il possesso che per il consumo: quello è venuto dopo – e come brama ancestrale, in risposta a una lunga fame contadina, e alla durezza senza sconti della stagione dell’emigrazione. Un’epopea, se si vuole, una storia di liberazione dal bisogno, e di successo, che ha coinvolto un intero territorio, e una generazione che quel territorio ha segnato: ancorandovisi, e trasformandolo.

Un modello di sviluppo, ai suoi inizi, ostentatamente dialettale, per così dire: fortemente ancorato nel territorio, con radici ben salde nella cultura d’origine, ma internazionale come propensione e capacità di inseguire i mercati, e di importare ed esportare idee, non solo prodotti. Senza essere tuttavia veramente cosmopolita, che è altra cosa, e nemmeno mai veramente borghese, anche per ragioni temporali – una borghesia si sedimenta nel tempo, non è tale alla prima generazione, e non dipende solo dalla ricchezza. Ma la connotazione del passato non è eterna, e oggi nel Nordest c’è di tutto: il piccolo imprenditore che esporta prodotti di qualità pur in carenza d’inglese; la superclasse globalizzata dei grandi nomi dell’impresa transnazionale; ma anche quelli che ci hanno provato, sono andati bene o benissimo per un decennio, e poi hanno terminato la loro corsa. Per la fine di un ciclo (la mera de-localizzazione senza innovazione reale di processo o di prodotto, per alcuni), per la difficoltà nell’intercettare un bisogno di innovazione sempre più accelerato, ma anche per non essere riusciti a tramandare, insieme alla ricchezza, anche la cultura dell’impegno e la motivazione a perseguirlo, le sue ragioni culturali e antropologiche, prima ancora che economiche (che oggi si ritrovano tra molti imprenditori immigrati, per inciso). I soldi finiscono, e i soldi fatti in fretta finiscono anche più in fretta. E le congiunture sono irripetibili per definizione: i momenti magici vanno elaborati e trasformati, non solo colti.

Da qui l’inevitabile dualismo, le due velocità e talvolta le due direzioni opposte intraprese: di chi cresce, esporta, assume, rilancia, coglie la crisi per trasformarla in occasione, e di chi perde quote di mercato, rimane al palo, licenzia, si indebita non per crescere ma per salvarsi e salvare l’azienda, e nei casi estremi certifica il proprio fallimento con il suicidio: non a caso, il più delle volte, proprio in azienda – a dimostrazione che è essa il centro simbolico e il senso della propria vita, non solo dei propri interessi.

Tuttavia c’è una nuova generazione all’orizzonte, anch’essa sfaccettata. Include i figli dei beneficati dalla prima ondata di ricchezza, capaci solo di consumare ciò che i loro padri hanno guadagnato, senza aggiungere conoscenze proprie alle intuizioni dei genitori; e i nuovi imprenditori, dei settori tradizionali – dell’agricoltura e della manifattura – come delle start up ad alto tasso di tecnologia: digitali per mentalità prima ancora che per settore di impegno o mezzi utilizzati. E questo implica una cultura diversa: in cui il territorio è sempre una risorsa, laddove eccellenza si collega con rete e cooperazione, non più solo la zolla di terra originaria che rischia di diventare un limite, un confine che chiude e non include anziché una solida base d’appoggio per andare oltre. E’ questa generazione che ha in mano la sfida del rilancio. Saper capire – in continuità con le intuizioni dei padri, non necessariamente con i loro metodi – che c’è bisogno di una nuova cultura d’impresa, non solo di impresa. E che il territorio è il porto di partenza, e un’ancora da gettare ogni tanto, durante la navigazione in mare aperto. E inteso altrimenti, come spesso accade anche in politica, rischia di diventare zavorra.

Le parole del Nordest. Il capitalismo molecolare e quel bisogno di fare da sé, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 4 settembre 2015, p. 15

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