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La paranoia del gender

Per un sociologo, la polemica odierna sul gender ha qualcosa di surreale: non foss’altro perché il libro “Sesso e temperamento” di Margaret Mead, antesignano dei “gender studies”, è del 1930. E il fatto che sesso e genere, biologia e cultura, siano due cose diverse, e la società abbia un ruolo decisivo nell’identificazione di genere, è un’ovvietà che si insegna all’università da mezzo secolo, senza proteste. Ci dev’essere allora qualcos’altro, a spiegare l’inspiegabile successo delle polemiche attuali: che ricordano quelle tra teorie evoluzioniste e creazioniste, considerate verità contrapposte ma equivalenti, e ugualmente esplicative – popolari negli Usa, ma che in Europa non hanno mai goduto di grande credito. Qualcosa del genere sta accadendo con le cosiddette teorie del gender. C’è intorno ad esse un sospetto che ha a che fare con la diffusa tendenza a immaginare complotti, con il bisogno di un nemico contro cui schierarsi e indignarsi: che rende popolari le cospirazioni, la propensione vagamente paranoica a inventarsi strategie subdole e nascoste come risposta alle proprie difficoltà di comprendere il presente, e a vedere dappertutto nemici che mettono in questione uno status quo stabile e felice.

Questa tendenza generale si innesta sulla situazione specifica di una presunta maggioranza silenziosa, che propone un’interpretazione che per brevità chiameremo tradizionale dei ruoli sessuali e di genere (più forte in certo mondo cattolico, ma trasversale e non riducibile a una dinamica destra-sinistra o credenti-non credenti), messa nell’angolo da minoranze rumorose e invadenti. Una maggioranza – che forse non è tale – che nella sua componente più ideologizzata immagina il suo nemico nella forma di Satana o dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, della lobby omosessuale o del relativismo culturale (che svolgono il ruolo che in altri contesti giocano la massoneria, il gruppo Bilderberg, la Cia, le multinazionali, fino agli extraterrestri o al sempre popolare complotto sionista). Un atteggiamento che fa adottare comportamenti ossessivi perfino preventivi (come le lettere che i genitori sono invitati ad inviare ai dirigenti scolastici dicendo che non accetteranno iniziative sull’educazione all’affettività e simili), e che instilla il terrore nei confronti di tutto ciò che rischia di richiamare o semplicemente alludere alla diversità. Al punto che si costruiscono grottesche liste nere in cui, oltre ai testi che parlano esplicitamente di diversità sessuale, come certi librettini frettolosamente “equivalentisti” (per i quali è tutto uguale: mamma e papà, due papà, una mamma e un semino, una madre biologica e una surrogata, domani un mammifero a scelta e un alieno) si accompagna la criminalizzazione precauzionale di tutti quelli che parlano di un’amicizia tra un orso e un topo, di un bambino con i capelli di un colore diverso o con la curiosa abitudine di andare in giro tirandosi dietro un pentolino, e tutto ciò che può far riferimento a una qualche diversità o disfunzionalità. Un atteggiamento insensato e intollerante, anche a fronte di quello che nei casi peggiori è lo speculare approccio ideologico di certo politicamente corretto vagamente indifferentista (per cui tutto va bene perché tutto è uguale: che è diverso dal dire che i diritti di tutti vanno tutelati), e nei casi migliori è la tendenza a dare risposte prima ancora che i bambini abbiano formulato alcuna domanda.

Forse servirebbe altro che una sterile polemica. Da un lato la presa d’atto che la pluralizzazione dei modelli familiari (che include famiglie stabili e instabili, composite e ricostituite, con svariati riferimenti genitoriali o uno solo, eterosessuali o omosessuali), prima ancora che un timore o un auspicio, è un’evidenza culturale e anche statistica, di cui occorre tener conto. Dall’altro l’accettazione che ci sono questioni che toccano valori profondi, per le quali non esistono verità uniche e valevoli per tutti, in cui più che di risposte a senso unico c’è bisogno di buone domande e discussioni ben guidate, senza prevaricazioni culturali da parte di nessuno. Dando fiducia ai bambini, senza difenderli da nulla e senza voler inculcare loro una verità a tutti i costi, quale che sia, dato che spesso si mostrano più intelligenti di noi: nel fare domande senza pregiudizi e nel darsi le risposte, o valutare le nostre, senza necessariamente prenderle per buone.

I paradossi del gender, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2015, p.1

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