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Le trasformazioni della rappresentanza. Di politica, sindacato, leadership e altro ancora

Rappresentare significa fare presente, mostrare, e in senso traslato farlo al posto di qualcun altro. Il rappresentante rappresenta gli interessi del rappresentato meglio dell’interessato. Come l’avvocato, rappresenta gli interessi di una persona e li difende meglio di quanto farebbe la persona stessa, sostituendola.
La rappresentanza collettiva nasce da quella radice. La rappresentanza parlamentare è questo: gli eletti rappresentano il popolo, e stanno al suo posto. Quella sindacale e datoriale pure: ma vale anche per le associazioni di categoria, gli ordini professionali, le corporazioni. Organismi riconosciuti che rappresentano una collettività più ampia. Questa è stata la loro ragion d’essere e la loro fortuna storica. Questo è anche il motivo del loro declino. Perché nel frattempo è cambiato tutto: nel mondo del lavoro e nella società.

La rappresentanza è più facile quando si tratta di larghe fasce di popolazione in condizione analoga. Già Marx se ne era accorto quando distingueva la classe in sé (i lavoratori) e la classe per sé (chi ha coscienza di esserlo): favorisce l’avere coscienza di classe la numerosità e la concentrazione (vivere negli stessi quartieri, lavorare nelle stesse grandi fabbriche), l’omogeneità della situazione (tutti colletti blu, che guadagnano gli stessi salari, facendo la stessa vita) e l’esistenza di barriere forti tra le classi. Ebbene, tutto questo è venuto a mancare. La concentrazione urbana c’è sempre meno, a seguito delle trasformazioni del lavoro e del passaggio dall’industria al terziario. La disomogeneità interna è la norma (a parità di lavoro, non solo i salari possono essere diversi, ma basta anche solo avere due redditi in casa anziché uno, o avere prole o meno); e la frammentazione sociale e del lavoro è una tendenza irreversibile (e quindi la numerosità, fattore chiave, va a farsi benedire). Infine, le barriere non si sono estinte, ma percorsi di vita e di lavoro sempre meno lineari rendono possibile il passaggio rapido da una situazione ad un’altra, e una mobilità sia ascendente che discendente diffusa. Le nuove modalità di lavoro – autonomi e atipici, mcjobs e precari, startup e imprenditoria seriale – fanno il resto. Da un lato l’uberizzazione del lavoro; dall’altro le nuove forme di legame sociale prodotte dalla sharing economy.

Da qui la crisi inevitabile (o forse dovremmo dire la trasformazione necessaria) del sindacato e di tutti i meccanismi di rappresentanza, inclusa quella politica. La trasformazione si evidenzia innanzitutto nei processi di disintermediazione: se non sono più i valori e nemmeno gli interessi a fungere da collante, diventa più importante il ruolo del leader e il suo rapporto diretto con chi può esprimere consenso o dissenso su un progetto o un obiettivo, rispetto all’organizzazione in sé. Un processo che in politica, ma anche nella religione e in altri ambiti, impresa inclusa, ha già manifestato pienamente i suoi effetti, e che sindacati e categorie tardano a cogliere: non a caso soffrono di leadership spesso debolissime (burocratiche, non carismatiche) e prive di qualsiasi appeal – dai sindacati confederali a Confindustria – e il loro capitale diventa meramente relazionale. Un’altra conseguenza inevitabile è che l’organizzazione, se non è più in grado di rappresentare dei valori e degli interessi comuni, per favorire la membership deve produrre dei servizi. Da qui la trasformazione delle rappresentanze, di fatto, in enti di servizio: che offrono consulenza e assistenza fiscale, pensionistica, finanziaria, di tutela giudiziaria, fino alle convenzioni e ai semplici sconti su prodotti, vacanze ed altro. Ed è grazie a questo che si ottiene l’iscrizione all’ente, che altrimenti non ci sarebbe. Questo rende assai più labile – e soggetta alla concorrenza del migliore offerente – l’identificazione e l’appartenenza (ci si iscrive perché si ha bisogno, non per convinzione). In più c’è un problema di rappresentatività: a parte gli ordini, dove è obbligatoria (e qui c’è un problema di principio grande come una casa), l’iscrizione è sempre meno conveniente, dato che i vantaggi della contrattazione ricadono su tutti. E molte organizzazioni rischiano quindi di rappresentare delle minoranze, anziché delle maggioranze; mentre la moltiplicazione e frantumazione delle sigle è sempre dietro l’angolo.

Aggiungiamoci il prevalere della soddisfazione di bisogni immediati e nel breve termine: la presentificazione delle prospettive. Oggi viviamo avendo tutti interiorizzato la battuta di Keynes (“nel lungo periodo saremo tutti morti”): diminuisce la propensione al risparmio e l’investimento sul futuro, così come la durata di tutto – beni, lavori, matrimoni… Orizzonti di vita larghi, densi di significato, prevedevano tempi lunghi di soddisfazione e organizzazioni strutturate, pesanti; orizzonti stretti legati a bisogni immediati prevedono tempi brevi e organizzazioni agili. Ed è in questo dilemma che la rappresentanza perde peso e deve quindi trovare un nuovo senso e una nuova pratica.

Editoriale. Tutto cambia e la leadership non c’è più, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 15 settembre 2015, p.1

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