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Prima gli italiani, anche nella solidarietà?

E’ la separazione o il divorzio di un amico, a farci riflettere su come va la nostra famiglia, su cosa si può migliorare. E’ l’incidente stradale di cui leggiamo sul giornale, a farci preoccupare della sicurezza sulle strade anche da noi. E’ lo sfruttamento o la mancata scolarizzazione dei bambini d’Africa, a ricordarci che troppi bambini lavorano o non vanno a scuola anche nelle nostre città. E che dovremmo quindi occuparcene.

Ecco, quello che sta succedendo in questi giorni nel mondo ecclesiale – quanto una parte della chiesa comincia a dire e fare, sul problema dell’accoglienza di profughi e stranieri, senza dimenticare chi è vicino – ne è un esempio.

Sbaglia chi lo interpreta come una forma di egoismo religiosamente legittimato, arruolando la chiesa ad alleato del peggior oltranzismo anti-immigrati: come ha fatto qualche parlamentare rispetto all’iniziativa di don Gianni, a Carpenedo, che accogliendo già molti stranieri nelle sue mense, ha deciso di aprirne una destinata alle famiglie italiane bisognose. C’è anche qualche prete che trova in questo approccio concettuale l’alibi per il proprio leghismo interiore, per un minus di spiritualità e un plus di egoismo del più gretto. Quello che, se applicato in maniera conseguente, ci impedirebbe di aiutare chiunque fosse un grado di parentela più lontano da noi perché abbiamo tutti un fratello o un cugino che sta male (e ci farebbe chiudere l’Unicef, le missioni cattoliche e la cooperazione allo sviluppo). La giustificazione universale di tutti i peccati di omissione: la peggiore, perché ammanta di nobili motivi una scusa per non fare nulla. Che è quello che fanno d’abitudine alcuni tra i politici che si scelgono oggi come testimonial chi cerca di dare a tutti il pane quotidiano, per giustificare il proprio slogan xenofobo quotidiano, che non produce pane per nessuno.

Ma per altri parroci e vescovi, i più, si tratta d’altro: di una riflessione profonda, che va presa sul serio. Come quando la morte di una giovane donna italiana, questa estate, mentre raccoglieva pomodori sotto il sole, ci ha ricordato che il caporalato non riguarda solo gli immigrati, e va sconfitto come fenomeno in sé. Questa reazione non è dettata da egoismo: ma, al contrario, da un altruismo più grande. Come quando ci si accorge che non basta curare un ferito, ma è necessario fermare le cause della guerra che l’ha prodotto: anche se coinvolge gli interessi del nostro paese.

Giusto quindi capire, attraverso chi ha più bisogno, che anche altri hanno bisogno e non vengono aiutati abbastanza, semplicemente perché se ne parla meno. Non possiamo distinguere il dolore in base alla visibilità della ferita, e la povertà per etnia. E questo andrebbe compreso anche da certo attivismo pro-immigrati, volonteroso ma talvolta fastidiosamente unilaterale nella propria ansia di schierarsi. Destano perplessità, tuttavia – lo diciamo sommessamente a chi le propone in buona fede – le iniziative esclusiviste: sia solo per stranieri, che solo per italiani. Se il bisogno è uguale, non dovrebbe distinguere l’utenza. Si pone altrimenti un problema di principio gigantesco, su cui inviteremmo a ragionare: senza preconcetti, ma con adeguata consapevolezza dei segnali anche educativi che si mandano. Qualche volta separare è necessario, o almeno utile. Ma il più delle volte è una scorciatoia, la soluzione più semplice a problemi complessi. E non si sa mai, prendendo questa china, dove si va a finire: a separare, magari, domani, per razza o religione? Per non parlare dei casi non previsti, che nella loro burocratica ottusità fanno vedere quanto certi buoni princìpi possano avere conseguenze meno buone, e difficili da gestire. Per dire, una coppia mista, o straniera di seconda generazione, o italiana ma visibilmente di colore, entrerebbe nel ristorante di don Gianni?

Chiesa, profughi e disoccupati: solidarietà per tutti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 settembre 2015, editoriale, p.1

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