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La scuola, il gioco: perché vanno d’accordo di rado. E perché è un problema

Un bimbo di sei anni è scappato da scuola. E’ accaduto in una prima elementare di Valstagna, un paesino di neanche duemila abitanti dalle parti di Bassano. Non proprio una notizia da prima pagina. Tuttavia appartiene alla categoria di quei piccoli squarci di verità che trapelano dalla cronaca per diventare occasione di riflessione.

La motivazione del bambino è infatti meravigliosa: a scuola si gioca troppo poco. Ed è seria, perché il problema c’è. Il balzo dall’età del gioco e del disimpegno a quella della scuola (e poi, a quella del lavoro) è infatti ingiustificatamente brutale. Come se si trattasse di attività incompatibili: l’una precede l’altra e la sostituisce. Mentre ci dovrebbero accompagnare sempre, e insieme.

Il gioco è naturale. Giocano anche gli animali, ed è fondamentale per fare esperienza. Giocando, ci si mette alla prova. Poi arrivano i giochi imitativi, per imparare i ruoli adulti. Solo dopo si può affrontare il mondo preparati.

Tra gli umani è ancora più importante. “La cultura sorge in forma ludica”, scriveva Johan Huizinga in un libro famoso, Homo ludens. E anche l’amore e la guerra, come tante altre attività umane (la politica, il lavoro stesso, anche se oggi questa dimensione è considerata appannaggio dei lavori privilegiati, creativi, autonomi), hanno una dimensione ludica cui siamo sensibili. Perché, come i giochi, sono liberi, ma si danno della regole da rispettare, senza le quali nulla può funzionare. Da qui la minaccia ultima dei bimbi: “Io con te non gioco più”, che vuol dire interrompere la relazione con l’altro.

Si gioca con le parole. E la scrittura non è che un gioco più complicato con esse. La dimensione ludica dell’arte ce l’ha ricordata, rinnovandola, la pittura moderna (Mirò, per citarne uno). Il gioco diventa anche gara, competizione: anche se quando questo aspetto diventa preponderante perde molta della sua leggerezza. Ma è soprattutto cooperazione, relazione ordinata, più di quanto sembri.

Cosa c’entra questo con la scuola? Molto, perché la scuola l’ha troppo spesso dimenticato. Innanzitutto con l’enfasi competitiva: mentre le pedagogie migliori stanno riscoprendo che la cooperazione è, per dirla con un gioco di parole non privo di significato, un vantaggio competitivo sulla competitività. Poi perché il gioco spinge verso la pratica, l’uso delle mani, del corpo, non solo della mente: e stare seduti otto ore in classe non è il modo migliore per esercitarle. E infine perché noi viviamo una ricca dimensione emotiva, non solo quella razionale, e non la utilizziamo come risorsa: mentre dall’intelligenza emotiva al training aziendale fino all’ultimo film Disney, Inside Out, si sta riscoprendo quanto sia importante fare buon uso delle emozioni negative e positive – anche per apprendere, oltre che per stare bene insieme.

Se tutto questo è vero, la scuola, così fondamentale per aprirci al mondo, agisce spesso contro di noi, diventando da complice, e aiuto, una nemica. Consiglierei a tutti, insegnanti e genitori in particolare, di leggere l’autobiografia di André Stern, Non sono mai andato a scuola”: c’è molto da capire per decidere non di abbandonarla, ma come trasformarla.

E poi, noi adulti, non raccontiamoci storie. Mentre adultizziamo precocemente i bambini, stiamo vivendo un’epoca di bambinizzazione degli adulti che si manifesta anche nel maggior tempo dedicato al gioco (videogiochi inclusi) e al giocare col mondo. Non siamo credibili, se predichiamo in un modo ma agiamo in un altro.

La scuola ci apre al mondo. Noi grandi stiamo attenti ad “adultizzare” i bambini, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 11 ottobre 2015, p.1

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