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Le carte: imprenditori, burocrazia, mazzette

Le carte. L’incubo dell’imprenditore, dell’artigiano, del commerciante ma anche del cittadino qualsiasi. L’ossessione di chi lavora, e non riesce a capire che le carte siano un lavoro: visto che sono percepite – e spesso sono – un ostacolo al lavoro ‘vero’. Lavoro considerato improduttivo, a fronte di quello produttivo di chi finisce per mantenere anche chi ‘passa’ le carte, come si dice significativamente: di chi cioè nemmeno le produce – le fa solo viaggiare da un ufficio all’altro. Un’attività passiva che si è trasformata in passività attiva: e da mezzo ha finito per diventare, nell’immaginario diffuso, semplicemente problema. Non a caso, anche nel linguaggio comune, molti lavori si fanno: quello del burocrate è considerato invece un lavoro che si ha. Al punto che l’impiegato statale, e l’impiegato in generale, è spesso descritto, come nelle parole ironiche di Dickens, come “un essere che sembrava far parte essenziale con la scrivania a cui stava scrivendo e possederne la stessa sensibilità ed intelligenza”. O, nelle parole più moderne e altrettanto ironiche del principio di Peter, colui che, all’interno di una gerarchia, ha raggiunto “il proprio livello di incompetenza”. Ed è per giunta un posto fisso, in un’area, il Nordest, che culturalmente vede ancora tale condizione come un inaccettabile privilegio.

E’ un’inimicizia antica, quella tra il mondo contadino prima, quello artigiano e imprenditoriale poi, nei confronti delle burocrazie: di chi riesce a cavarsela con meno fatica apparente, vivendo del lavoro degli altri, e spesso degli ostacoli e dei limiti che ad esso pone. E che invece di cercare di essere pagato per un lavoro, cerca un lavoro per essere pagato: destino che si è allargato a molti altri, per la verità, dai tempi del mondo pre-industriale, e che in quello post-industriale sta conoscendo significative retrocessioni.

E’ la “gabbia d’acciaio” della burocratizzazione della cui avanzata parlava Max Weber, che è diventata per molti una vera e propria prigione di carta: che solo i processi di digitalizzazione rendono oggi meno visibile e ingombrante nella solidità dei suoi manufatti (il peso e lo spazio occupato dagli archivi fino ad anni recenti), ma non meno concreta nell’inesorabilità dei suoi molti adempimenti. Non a caso il suo nome stesso, burocrazia, denota nella sua etimologia (da bureau e krátos), il potere astratto e impersonale di un ufficio preposto a determinate pratiche, se non addirittura del mobile che le pratiche contiene.

Le carte sono così diventate sinonimo di inutilità, di problema: il cui linguaggio resta oscuro, aggrovigliato e bisognoso di interpretazione, non diversamente dal latinorum manzoniano utilizzato da chi ne possiede, magari malamente, i codici di interpretazione, al fine di abbindolare chi non ce li ha. E tuttavia è significativo come proprio coloro che sono incaricati dalle persone impegnate nel processo produttivo, che volentieri si vedono come concreti operatori del fare, di sbrogliarne le complicate matasse cartacee – una ricca progenie di avvocati, notai e commercialisti – abbiano acquisito uno status e un potere di rilievo agli occhi di coloro che producono manufatti, al punto da fare parte, agli alti livelli, delle medesime elite, accompagnati al contempo da deferenza e diffidenza. Insomma, la burocrazia è un nemico: ma come tale, per essere aggirato e se possibile sconfitto, ha bisogno a sua volta di esperti in burocrazia. Per sconfiggere le carte, inevitabilmente, occorrono i professionisti delle medesime, in un processo che si autoalimenta. E che talvolta ha prodotto altra carta: quella delle mazzette. La scorciatoia facile. Carta, anche quella, che serve per far scorrere più velocemente quell’altra, di carta. A cui alcuni esponenti del mondo produttivo si sono adeguati anche troppo facilmente – come produttori attivi, non solo come vittime – come si è visto ampiamente dagli scandali del Mose e tanti altri. Ma questo apre un altro discorso, che dovremo rinviare ad un’altra parola.

L’incubo degli incartamenti e del loro linguaggio oscuro, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 19 ottobre 2015, rubrica “Le parole del Nordest”

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