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Omosessualità, imprese e cultura diffusa

In una interessante intervista a questo giornale l’imprenditore vicentino Gianluca Mech ha raccontato la sua reazione, durante l’assemblea di Confindustria a Vicenza, a un intervento del sindaco Brugnaro, che parlava – fuori contesto – delle cosiddette teorie gender. Mentre Brugnaro interveniva, nel suo stile volutamente brusco, su utero in affitto e matrimoni gay, Mech, omosessuale dichiarato (una rarità, nell’ambiente), si è avvicinato al palco, ha gridato la sua personale indignazione e ha poi abbandonato la sala (tra qualche insulto, va detto).

Una reazione plateale a un intervento irrituale: che apre uno spaccato interessante sulla cultura diffusa su questi temi, nel Nordest. Non dimentichiamo che stiamo parlando di classi dirigenti, di elite, di persone benestanti che viaggiano, che esportano, che si confrontano ad alti livelli con un mondo aperto. E proprio per questo la cosa fa riflettere: si tratta di persone che vivono in un mondo e tra mentalità cosmopolite, con cui fanno affari; ma che su altri piani non se ne fanno contagiare.

Anche nel Nordest, e nella stessa Vicenza teatro della scena descritta, come ovunque, persone omosessuali stanno ai vertici di imprese, di istituzioni pubbliche e private, sono presenti in politica, nel giornalismo, nel mondo della cultura: ma, a differenza che altrove, preferiscono spesso non dichiararsi tali, e questa naturalmente è una loro libera scelta. Quello che però dovrebbe far riflettere è il livello di ipocrisia a cui il discorso diffuso su questi temi ha accettato di abituarsi. Da un lato una sostanziale tolleranza comportamentale: ognuno faccia quello che vuole, basta che non ne parli (ciò che vale anche per chi si fa una seconda famiglia con una ventenne dove ha delocalizzato la sua impresa, per chi frequenta prostitute o club di scambi di coppie, magari anche per chi fa turismo sessuale in Thailandia o a Cuba, non parliamo di chi tradisce platealmente il o la consorte – in sostanza, per qualunque comportamento deviante rispetto al modello della famiglia tradizionale). Dall’altro un discorso pubblico che, in particolare sull’omosessualità, è ancora fortemente stigmatizzante, per cui il gay è semplicemente la “checca”, il “frocio” e il “culattone”, su cui è lecito fare battute grevi e riferimenti grossolani: anche in contesti dove non sarebbe richiesto. Non un discorso morale, quindi, ma un moralismo di facciata. Se l’ipocrisia, come diceva La Rochefoucauld, è l’omaggio che il vizio rende alla virtù, e questo vale ovunque, nel discorso pubblico del Nordest si è scelta spesso anche un’altra strada: la stigmatizzazione di un comportamento (e uno solo, tra tanti) identificato come vizio, in nome di una virtù dichiarata ma poco praticata – che serve come riconoscimento collettivo di appartenenza, non come riferimento ideale.

In questo quadro le parole di Mech sono una rarità dirompente. Perché ha sottolineato l’inessenzialità (il non bisogno) di riferimenti a un’appartenenza comune ufficialmente eterosessuale laddove si parla d’altro: che bisogno c’è, di rimarcarlo? non è forse un’ammissione di debolezza culturale, seppur travestita da ostentazione di forza? E perché ha parlato di razzismo (di cui certo machismo etero è una forma appena più blanda, in una regione che ne conosce altri molto più espliciti, nei confronti degli stranieri), ricordando agli imprenditori che la crescita non è solo economica: che c’è anche una crescita culturale e civile, di diritti e di rispetto – e che forse sono collegate. Se altri contesti sono più avanti sul piano economico è anche perché sono ciechi alle differenze culturali, razziali, religiose, di opinione politica e di orientamento sessuale, e aperti al nuovo e all’altro da sé: che è lo spirito della modernità, dopo tutto. Su cui hanno scritto i grandi classici della sociologia e dell’economia, come Weber e Schumpeter: identificando nello straniero, nel diverso e nella minoranza – spesso – l’innovatore (e l’idealtipo dell’imprenditore, incidentalmente), proprio perché non ha interesse al mantenimento dello status quo. Il trionfo del capitalismo, la sua forza, viene anche da lì. E non è male vederlo ricordato anche in un’assise confindustriale.

Gay, imprese e cultura diffusa, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 ottobre 2015, editoriale, p.1

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