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Il senso della fatica e del lavoro

Fatica è parola antica, inscritta nel dna del Nordest, come in quello di tutte le culture rimaste a lungo contadine, e povere: che conoscono il sudore, la fame, e quanto le due cose siano legate, e come per levarsi la fame tocchi sudare, faticare appunto.

L’etimologia è incerta, ma pare sia la stessa di fatiscente: qualcosa che decade, che viene meno, che si dissolve, che si fende, si rompe. Non a caso si dice: mi sono distrutto, spezzato in due dalla fatica. E ci sono i lavori di fatica: che veneti e friulani conoscono bene, per averli praticati anche da emigranti. E i vestiti, le tenute di fatica: portati tutti i giorni, tranne la domenica, quando venivano sostituiti dai vestiti della festa, che è un’espressione significativamente rimasta nel linguaggio popolare, a fare da contrappeso ai giorni duri della ferialità.

La fatica è più di un dovere, di un lavoro. È un modo di vivere, di sentire, di rapportarsi con il mondo. E’ uno stato d’animo. E’ un valore: e il pilastro fondamentale, la trave portante di un intero sistema di valori.

Fatica è anche cercarselo, il lavoro – dove c’è. E quindi si collega anche alle ulteriori fatiche e ai drammi dell’emigrazione, interna prima, transnazionale poi. Il Veneto è la regione che più ha contribuito, più ancora di tutte quelle del sud, all’epopea gloriosa e drammatica dell’emigrazione: lo testimoniano i tanti, tantissimi cognomi veneti che si ritrovano tra gli sbarcati a Ellis Island e altrove.

Ma faticare è anche un verbo che si dimentica in fretta, come si dimentica in fretta la fame che ne è all’origine. Basta una generazione, se lo stimolo della fame non lo si prova più, e il bisogno di faticare non è più così cogente. E con esso è un’intera cultura a sparire, trascinando con sé un insieme di valori, la cui stabilità comincia a traballare: disciplina, onestà, responsabilità, famiglia, sacrificio, e tanti altri.

Attraverso questa metamorfosi il Nordest ci è passato in fretta. E oggi la fatica è altro. Per alcuni, è lavoro, nella sua accezione più creativa (la fatica è per così dire ottusa, obbligata: il lavoro può riformulare le proprie condizioni di esistenza, non obbedire necessariamente a condizioni date). E’ stato così per molti, nelle ultime due generazioni: continuare a faticare, lavorando molto e duramente. Ma inventandolo, il lavoro, mettendosi in proprio, inventando nuovi prodotti o nuovi modi di produrre: non la stessa cosa che faticare sotto padrone.

Ma oggi è anche altro: perdita del senso della fatica (le condizioni, per molti, lo consentono), senza necessariamente investire in altre, di fatiche, come quelle dell’istruzione, dello studio, dell’approfondimento. Un pezzo della nuova generazione di faticare non ha bisogno, e non vuole: e lo sforzo dei padri (e delle madri) non è compreso, nella sua straordinaria profondità. Per altri continua invece ad essere spinta e stimolo, etica profondamente introiettata e senso di responsabilità anche collettiva. Tra questi, una parte si ritrova a riprendere in forma diversa la fatica degli avi: quella di andare a cercarselo, il lavoro, dove si trova, ricominciando a emigrare. I quasi diecimila che hanno lasciato il Veneto nell’ultimo anno lo testimoniano con la loro vita, e con la riuscita altrove. Solo che non è la fame, necessariamente, la molla: più spesso è il desiderio e la voglia di giocarsi laddove si può e si riesce – dove la società è meno immobile e stagna, dove si investe sui giovani e sulle qualità dei singoli, dove il merito è premiato e il mercato più aperto, dove li si paga il dovuto e non li si fa affogare di stage. Dove, cioè, il lavoro si è modernizzato più che qua. In un mondo di mobilità era inevitabile. E sempre più spesso del resto l’altrove è l’occasione necessaria, la svolta individuale che fa scattare le occasioni: lo è per gli immigrati che vengono a faticare qui, lo è per i nuovi emigranti che vanno a faticare altrove.

La fatica, trave portante di un sistema di valori. E come gli avi, torniamo a cercare il lavoro altrove, in “Corriere della sera – inserto Corriere Imprese Nordest”, 16 novembre 2015, p. 4

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