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Insieme contro il terrore

Il messaggio delle stragi di Parigi è chiarissimo: l’obiettivo dei propagatori del terrore non sono più solo i nemici dell’islam (come potevano essere immaginati, astrattamente, i vignettisti di Charlie Hebdo), ma tutti quanti. Il terrorismo può colpire dove vuole, se vuole: un bistrot, un ristorante cambogiano, un concerto, una partita di calcio. E’ un terrorismo che colpisce alla cieca: perché l’obiettivo è precisamente questo – seminare un terrore irrazionale. Per spingere anche noi a una risposta emotiva, scendendo sul loro terreno.

Proprio per questo occorre chiarezza di analisi e nervi saldi. L’ISIS, e i terroristi in generale, sono un nemico dell’Occidente, ma anche, e forse in primo luogo, dei musulmani: in Siria e in Iraq, come in altri paesi islamici, la maggior parte delle vittime dei simpatizzanti dello Stato Islamico sono altri musulmani. L’obiettivo del terrorismo – di tutti i terrorismi – è precisamente questo, destabilizzare, e radicalizzare i processi: ecco perché si colpiscono anche i turisti occidentali in Tunisia e, oggi, a caso, nel cuore dell’Europa, l’aperta – aperta anche all’islam – e tollerante Parigi.

La grande maggioranza dei musulmani è contraria al terrore in nome dell’islam, perché è una perversione – oggi più diffusa di ieri – dell’islam stesso. Sarebbe controproducente, oltre che sbagliato, demonizzare tutti i musulmani, conculcando i loro diritti. Sarebbe come dire ai musulmani che qui lavorano, pagano le tasse, e vogliono sia integrarsi che pregare, e ai loro figli nati in Italia, per i quali l’Italia è il paese e la cultura d’origine (non possono tornare a casa loro, perché casa loro è questa), che non sono i benvenuti: o, come dicono molti, che non si accorgono così facendo di soffiare sul fuoco, che non sono proprio voluti.

Per questo, proprio oggi, è il momento di fare un passo in avanti. Vogliamo davvero integrare i musulmani, e combattere insieme a loro i violenti? Bene, dobbiamo garantire anche ai musulmani i diritti che riconosciamo a tutte le altre minoranze religiose. Non di più, ma neanche di meno: e tanto meno con leggi discriminatorie nei confronti dell’islam e solo dell’islam, come la legge anti-moschee approvata in Lombardia, peraltro già impugnata dal governo in quanto anti-costituzionale, e che qualcuno vorrebbe replicare anche in Veneto. Moschee aperte, trasparenti, con leadership riconosciute, coinvolte in relazioni istituzionali ufficiali e in processi di dialogo interreligioso, sono la migliore difesa dall’estremismo islamico dell’ISIS e dalla sua cultura. E questo è tanto più vero in Veneto e nel Nordest: che costituiscono una trincea avanzata della presenza islamica in Italia, che in percentuale accolgono molti più musulmani di altre aree del paese, dove i musulmani stessi sono ben integrati, dove gli imam hanno condannato con parole forti quanto accaduto a Parigi come avevano già fatto in passato, dove la convivenza è pacifica e diffusa. Proprio da qui può quindi partire un esempio virtuoso di collaborazione: se solo lo si vuole.

Noi abbiamo già conosciuto una stagione di terrorismo: quello interno. Come si è sconfitto, per dire, il terrorismo rosso, delle BR e d’altri? Certo, la repressione è servita, come serve ora: controllo, prevenzione, e repressione appunto. Ma non sarebbe mai stato sconfitto se non si fosse combattuta una drammatica battaglia culturale interna: le BR hanno perso quando a sinistra si è smesso di dire che erano fascisti e provocatori, e poi compagni che sbagliano, ma si è detto che erano nemici del popolo. Nessuno ha proposto, con la scusa che erano terroristi che si ispiravano al comunismo, di chiudere il PCI o la CGIL: al contrario, li si è coinvolti nella battaglia – ed è lì che la si è vinta. Ecco, oggi è lo stesso. Se è vero che i terroristi sono nemici della maggior parte dei musulmani, oltre che della società e delle istituzioni, è semplicemente naturale che organizzazioni islamiche, istituzioni, società laica, altre comunità religiose, si alleino contro di esso. Insieme a un altro attore: i media. Che solo in Italia usano il linguaggio demonizzante che conosciamo, e che altrove (nemmeno nella Francia colpita di oggi) non si usa. Solo qui ci si permette di usare nei confronti di tutti i musulmani – non dei terroristi – un linguaggio, che ci accorgeremmo quanto è offensivo se facessimo il semplice esercizio di sostituire, in troppi articoli, titoli, discorsi, la parola musulmano con la parola ebreo. Quella contro il terrorismo non è una battaglia tra civiltà: ma è una battaglia di civiltà, o meglio tra l’inciviltà e la civiltà. Si può vincere solo insieme: musulmani e non musulmani. Non commettiamo l’errore di trasformarla in una guerra di tutti contro tutti (o di noi contro di loro): perché, nel caso, ne usciremmo sconfitti tutti quanti. E vincerebbe il terrore.

Si vince, ma insieme, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 novembre 2015, editoriale p. 1

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