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L’islam veneto, dopo Parigi

Dopo Parigi, la domanda è nell’aria: può succedere anche in Veneto quello che è successo nella capitale francese?

Proviamo a vedere somiglianze e differenze. Al netto delle diverse implicazioni geopolitiche (la Francia è impegnata sul terreno contro l’Isis, ed è per questo che è stata colpita; l’Italia assai meno) della differenza statistica e storica (i musulmani sono in Francia molti di più, ci sono da più tempo, e la Francia ha una storia di potenza coloniale in terra musulmana imparagonabile alla nostra), e di quella giuridica (in Francia i musulmani sono in grande maggioranza cittadini, ciò che ha aumentato il risentimento, anziché diminuirlo: perché i musulmani si sentono spesso cittadini di serie B, che vivono in periferie più povere, con scuole peggiori, con tassi di disoccupazione assai maggiori – e si ti chiami Abdallah o Muhammad non solo è più difficile trovare lavoro, me è più improbabile che ti affittino un appartamento, e ti controlleranno molto più spesso i documenti).

Il Veneto ha percentuali di presenza islamica tra le più alte del nostro paese: per la semplice ragione che è qui che c’è il lavoro, e dunque gli immigrati.  Ed ha alcuni punti forti. L’islam, innanzitutto, è diffuso: in città medie e piccole e in zone rurali, dove ci si conosce. Un islam dialettale e disperso sul territorio, in assenza totale di concentrazioni esplosive come quelle delle banlieues francesi. Da noi c’è una buona integrazione nel mondo del lavoro. E’ molto positivo anche il ruolo svolto dalle chiese e dall’associazionismo soprattutto religioso nel favorire l’accoglienza, ponendo le premesse per un buon dialogo interpersonale, prima ancora che interreligioso. E’ buona anche la collaborazione con le forze di polizia e di sicurezza, che ha favorito anche l’attività di prevenzione, attraverso indagini di polizia e inchieste della magistratura. Perché elementi problematici ci sono stati, e li possiamo tradurre in storie personali: citiamo il caso di Ismar Mesinovic, residente a Ponte delle Alpi, e forse di un altro jihadista del bellunese, morti combattendo in Siria (il primo portando con sé anche il figlio di tre anni, oggi probabilmente tra i bambini addestrati come futuri combattenti dell’Isis); quello dell’imam di San Donà di Piave, il marocchino Al-Rawdhi, espulso nel 2014 per i suo sermoni antisemiti; quello recentissimo dell’imam di Schio, l’algerino Sofiane Mezzerreg, anch’egli espulso a causa della predicazione antioccidentale somministrata ai bambini; o la diciannovenne marocchina Meriem Rehaily, di Arzergrande, probabilmente scappata da sola per inseguire in Siria il sogno del jihad.

Segnali di disagio, e forse qualcosa di più. Che mostrano anche i punti deboli dell’islam veneto: la frammentazione delle comunità etniche e l’incapacità di unirsi e di fare rete (a onor del vero, a somiglianza del territorio in cui vivono), che produce processi di isolamento, di chiusura interna; la scarsa formazione degli imam (proprio perché ingaggiati da comunità povere e a loro volta poco formate); la presenza ancora modesta nei ruoli associativi (più visibile invece in altre regioni) delle seconde generazioni nate in Italia, più formate e molto meglio integrate, anche solo a livello di conoscenza della lingua e della cultura italiana. A cui è necessario aggiungere, come fattore aggravante delle difficoltà di integrazione, un ruolo della politica e delle istituzioni spesso ostentatamente anti-islamico, al punto da negare anche il diritto di culto a colpi di ordinanze e chiusure selettive (l’insussistenza e la strumentalità delle argomentazioni addotte è peraltro spesso testimoniata dai ricorsi al Tar, quasi sempre vinti dalle comunità islamiche): l’integrazione, come un matrimonio, è un processo che coinvolge due partner – se uno dei due non ne vuole sapere (e spesso, in Veneto, è stata la politica a non volerla), tecnicamente non può realizzarsi. E anche questa è materia su cui riflettere.

Frammentato ma più integrato. Il nostro islam e l’effetto Parigi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 novembre 2015, p.1

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