stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Natale, presepi e polemiche inutili

Puntuali, come ogni Natale, le speculazioni su come festeggiarlo nelle scuole si rinnovano: presepe sì, presepe no, canti sì, canti no, recita sì, recita no.

Sgombriamo il campo dalla prima questione, assai d’attualità: l’islam non c’entra nulla. Le richieste di non fare recita o presepe non vengono dai musulmani, tanto meno dalle loro organizzazioni: ma da docenti che non sanno come gestire la pluralità culturale, da laici che con la scusa delle minoranze religiose non vedono l’ora di dare un colpo alla confessione maggioritaria cattolica (dimenticando che il Natale è festa anche delle minoranze protestanti e ortodosse, oltre che civile), o da insegnanti di ampie e democratiche idee, ma di troppo astratte vedute. Non è cioè un conflitto tra noi e loro, ma tra di noi a proposito di loro, che ne sono le pedine e le vittime, non gli attori. La colpa infatti finisce per ricadere sui musulmani, che pagano il prezzo dell’astio popolare, adeguatamente montato da legioni di ciarlatani di partito o di giornale.

Seconda questione: festeggiare il Natale non offende nessuno. E rinunciare al presepe o alla recita natalizia, sostituire ‘Gesù’ con ‘virtù’ nella canzoncina di Natale, non fare l’albero, non mettere decorazioni, sottrarsi persino agli auguri (magari introducendo i pessimi “season’s greetings” britannici), non ha nessun senso. Così come nessuno di noi si stupirebbe, viaggiando in Israele, di vedere festeggiata Chanukkah, nei paesi musulmani l’Aid al-Fitr, e in India il Navaratri hindu o il Vaisakhi sikh, così non ha nessun senso che in Italia non si celebri il Natale. E così come non ci sentiamo a disagio noi quando ci troviamo in paesi in cui si celebrano altre festività, così non si sentono a disagio gli immigrati in Italia: per loro è un’ovvietà, normale, e dunque anche norma (festività anche legale). E i bambini musulmani farebbero volentieri anche la parte di Gesù (peraltro un venerato profeta dell’islam, di cui il Corano riconosce la nascita verginale da Maria e il compimento di miracoli) pur di partecipare alla recita natalizia da cui magari vengono incautamente esclusi senza neanche chiedere la loro opinione.

Il multiculturalismo – o meglio la gestione della pluralità religiosa, il rispetto per l’altro e l’invenzione di modalità di convivenza tra culture diverse – si può costruire in molti modi. Per addizione: aggiungendo conoscenze, simboli, momenti e luoghi di incontro. Per interpenetrazione: facendo lo sforzo di pensare modalità diverse di confronto e di comparazione. Quello che non ha nessun senso fare è procedere per sottrazione: negando la propria cultura, o nascondendone i simboli.

Il mondo della scuola, con la sua forte presenza di immigrati (ma anche di autoctoni) di culture e religioni diverse, è in questo ambito un laboratorio d’eccezione. Ma proprio per questo, dato che si procede per tentativi ed errori, è anche il luogo dove più spesso si fanno passi falsi grossolani, magari con ottime intenzioni: che, come noto, lastricano le vie della perdizione, o semplicemente del perdersi. Diventando così anche il luogo di battaglie ideologiche sostenute da improvvisati sostenitori di una civiltà cristiana di cui ignorano i fondamenti, che usano statuette del presepe e crocifissi non per il loro significato, ma come arma impropria contro presunti nemici della civitas cristiana, strumentalizzando la religione per le proprie misere battaglie politico-ideologiche: il che suona assai stridente proprio con lo spirito del Natale, e l’esempio di quella famigliola di Nazareth il cui figlio è nato in viaggio, lontano da casa, a Betlemme, e fu riconosciuto tra i primi proprio da dei saggi di altra cultura e religione, i Magi, venuti da oriente seguendo una stella.

Il buon senso forse aiuterebbe. Quello che ci fa dire che questo paese ha una storia di cui fa parte l’identità religiosa cristiana, e un presente e un futuro di cui fanno parte anche altre tradizioni, che non debbono (né, del resto, vogliono) cancellare il passato, ma chiedono solo una progressiva presa in considerazione della loro esistenza. Ciò che si può fare senza traumi o proclami belligeranti: né per cancellare né per imporre alcunché.

Pluralità culturale: Natività e buon senso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 novembre 2015, editoriale, p.1

Leave a Comment