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Zaia e le moschee. E’ l’inizio di una svolta?

Il presidente della Regione Luca Zaia – con una intervista pubblicata sul Corriere – ha assunto nei confronti dell’islam che vive, abita, lavora e prega in Italia e in Veneto il ruolo istituzionale che gli è proprio. E’ una buona notizia, che va doverosamente sottolineata. Finora aveva prevalso (e resiste ancora, viste le reazioni alle parole di Zaia) l’anima ideologica e militante su quella governativa e pragmatica: il che, per la Lega, ha significato una demonizzazione indiscriminata dell’islam e dei musulmani, la sostanziale copertura degli atti irrituali e talvolta illegali (e, come tali, sanzionati dai Tar) di molti sindaci leghisti, che a colpi di ordinanze hanno portato alla chiusura (o alla tentata chiusura, nel caso di intervento successivo dei tribunali che ne hanno ripristinato l’attività) di luoghi di culto musulmani, o alla loro mancata apertura, attraverso ostacoli burocratici e campagne di mobilitazione. L’ultimo atto di questa politica è la proposta del consiglio regionale di introdurre una legge anti-moschee, depositata dal tosiano Conte e sostenuta da molti consiglieri leghisti, in una gara a scavalcarsi sul terreno della propaganda anti-islamica: politicamente redditizia, nel breve termine (e assai facile), ma dannosa e pericolosa nel medio e lungo periodo, perché non favorisce i processi di integrazione.
Abbiamo già abbastanza problemi, in questo periodo. Il terrorismo islamico ha colpito nel peggiore dei modi il nostro modo di vita, e anche il nostro territorio, nella persona di Valeria Solesin. Rispondere cambiando il nostro modo di vita e la nostra concezione delle libertà (a cominciare dal pilastro fondativo che è la libertà religiosa) e dei diritti (incluso quello di culto) sarebbe il modo peggiore di dare ragione ai terroristi e di cadere nella loro trappola. Il diritto di culto va regolamentato. Si tratta solo di far funzionare gli strumenti urbanistici già esistenti (e applicati peraltro alle altre minoranze religiose) e, auspicabilmente, arrivare in tempi rapidi a un’Intesa con lo stato, a somiglianza di quelle già approvate con molte altre comunità religiose. Essendo quella musulmana la comunità più numerosa, questa assenza e questo silenzio diventano di giorno in giorno più incomprensibili.
Sappiamo che non tutti sono d’accordo. Si è arrivati a contestare persino l’opportunità della preghiera in piazza San Marco da parte di un imam, come se questa fosse un problema anziché un pezzo della soluzione al problema. Una parte della politica e dell’opinione pubblica soffia sul fuoco della divisione: per motivi anche umanamente comprensibili, ma con effetti inconsapevolmente devastanti sul tessuto sociale. I luoghi di culto musulmani sono sempre stati una pedina di questo gioco. Sul piano nazionale, la Lega già da anni aveva elaborato un disegno di legge (Gibelli-Cota) sul tema: mal scritto, oltre che del tutto incostituzionale. Ma la Lega stessa si è ben guardata dal volerlo portare in discussione, anche nei molti anni in cui è stata al governo, guidando anche, con Maroni, il ministero dell’interno. Lo stesso Cota, suo estensore e firmatario, diventato governatore del Piemonte avrebbe potuto approvarlo in due giorni, e naturalmente non l’ha fatto. L’ha voluto fare quest’anno il Maroni governatore della Lombardia, essenzialmente in polemica diretta ed esplicita con la giunta Pisapia, che a Milano cercava di percorrere il cammino opposto: quello della condivisione di un progetto normato, e che dunque rischiava di rendere normale la materia, ciò che la Lega non voleva, nell’intento di cavalcarne il beneficio elettorale. La legge regionale lombarda, già impugnata dal governo, sarà sicuramente dichiarata incostituzionale, per l’ottima ragione che lo è. Perché voler ripetere lo stesso errore in Veneto? Solo per guadagnare qualche voto?
C’è un valore più alto da difendere. Quello della convivenza civile. E quello della battaglia contro il terrore in nome dell’islam, che solo in alleanza con l’islam – maggioritario – che il terrore aborre, può essere davvero vinta. Per questo il proposito di Zaia di aprire un dialogo con l’islam in Veneto (già evocato in un forum promosso da questo giornale in presenza del presidente del consiglio regionale veneto Ciambetti e della capogruppo del Pd Moretti, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia di Parigi) va accolto con favore: come un atto di maturità politica e di governo. Che costa poco: e può produrre molto, in termini di inclusione non solo simbolica, di integrazione, di responsabilizzazione. Per identificarsi con un territorio e le sue istituzioni, bisogna esserne parte riconosciuta, non esclusa e rifiutata.

Apertura saggia, è la via giusta, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 novembre 2015, editoriale, p.1

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