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Islam: chi scherza con il fuoco

Il fatto, in sé, non è stato una tragedia: la bomba carta alla moschea dei bengalesi di via Jacopo da Montagnana, al quartiere Arcella di Padova, non ha fatto troppi danni. Ma il messaggio intimidatorio, pur in assenza di una rivendicazione, è arrivato. Poco importa che gli immigrati del Bangladesh siano tra le persone più tranquille e innocue che si possano incontrare in città: chi lo ha fatto, che si tratti di militanti organizzati di qualche gruppo politico anti-islamico o di quattro scalcagnati ragazzi delle superiori che non sapevano come spendere meglio il loro tempo, era convinto di raddrizzare un torto, di vendicare qualcosa. A costo di prendersela con chi non c’entra nulla.

Anche questo atto, insomma, come altri, più gravi, avvenuti altrove (in altre zone d’Italia e in altri paesi europei) è figlio di un clima culturale: dell’idea – che è passata, sia a livello popolare che di classe dirigente – che l’islam sia un problema in sé, che questa religione sia qualcosa di cattivo, da negare in quanto tale. E che i musulmani siano quindi colpevoli a prescindere: anche di voler cancellare le nostre tradizioni (quando a chiedere di modificare una qualche celebrazione natalizia, nei pochissimi casi in cui è successo, non sono mai stati loro). E dunque debbano chiedere il permesso per qualunque cosa: incluso di esistere e di voler pregare Dio secondo le loro, di tradizioni. Un clima isterico, non di rado paranoico, che ha dei nomi e dei cognomi: agitatori organizzati, politici, intellettuali, spesso un giornalismo succube e impreparato che si presta al gioco, e dei giocatori che, anche barando, vincono la loro posta. Diventando, tutti, incapaci di distinguere tra gli atti orrendi compiuti da qualcuno in nome dell’islam, e i musulmani che si ispirano alla loro religione per vivere in pace, trovando in essa un’etica e dei riferimenti valoriali che li rendono migliori, non peggiori.

C’è anche un risvolto positivo, se vogliamo, di questo clima. In passato, sia in Italia che altrove, è successo di peggio: moschee bruciate, atti di discriminazione esplicita, che raramente ottenevano un’attenzione più che locale. La bomba carta dell’Arcella, poco più che un evento di quartiere, è diventata invece notizia nazionale. Perché se tutto quello che si dice e si fa a proposito e a sproposito dell’islam fa notizia, ottenendo una spazio talvolta sorprendente rispetto al merito delle questioni, finisce che anche le notizie in cui i musulmani sono le vittime acquistano una visibilità maggiore. E c’è un effetto di feedback anche più profondo: come quando, dopo l’11 settembre 2001, si sono cominciate a vedere persone che leggevano il Corano, per provare a capirci qualcosa. Qualcuno comincia ad approfondire, a ragionare.

Forse è necessario passare attraverso il conflitto anche per interiorizzare – e, socialmente, integrare – qualcosa o qualcuno. Anche se l’aria che tira in questo momento è sgradevolmente insalubre. Ed è alimentata da un flatus vocis come quello che fa dire a un candidato presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di non voler più accogliere musulmani, come se fosse la religione in sé il problema, con ciò indicandola anche come nemica (un nemico da un miliardo e settecento milioni di persone, più o meno: non augurabile per nessuno…): una cosa semplicemente indicibile in una democrazia occidentale, e contraddittoria con la sua stessa essenza e i suoi stessi principi fondatori, dato che proprio l’occidente si vanta di difendere la libertà di espressione, e di opinione (di religione: solo per alcuni?). Che tuttavia gli fa guadagnare molti punti di consenso sui suoi avversari: a dimostrazione di quanto sia fragile la nostra stessa idea di ciò che ci tiene veramente insieme.

Poco importa che ogni parola o atto come questi sia un regalo all’Isis, un punto in più per il radicalismo islamico, confermato nella sua opinione sprezzante sulla doppiezza dell’occidente, e un punto in meno per tutti noi. Finché qualcuno potrà pensare di guadagnarci qualcosa, continuerà a scherzare con il fuoco. Purtroppo, anche letteralmente.

Dopo l’attentato alla moschea: Islam, chi gioca con il fuoco, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 dicembre 2015, editoriale, p.1

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