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Capodanno, tra terrore e civiltà

Il 31 dicembre è passato. La festa, tanto attesa quanto temuta, anche. E non è successo niente: il primo Capodanno all’insegna della paura del terrorismo è stato esattamente come tutti gli altri. Ed è bene così.

La gente aveva voglia di fare festa, e lo ha fatto. Bruxelles e la cancellazione degli eventi di fine anno sono stati l’eccezione. Ovunque la mezzanotte del 31 dicembre è stata festeggiata dalla gente in piazza: da New York a Parigi, fino ai 70.000 di Venezia, e a quelli che hanno riempito le piazze di Padova, di Verona, di Treviso e d’altrove, o magari l’autogrill di Rovigo.

Non è solo la rivincita della vita contro la morte. E’ anche il segnale di quanto il mondo, per come viene descritto dai media e rappresentato dalla politica, sia lontano dal mondo reale. Non è più solo il Palazzo, come lo chiamava Pasolini, che è distante dalla vita quotidiana: è tutto il mondo delle “classi parlanti”, di coloro che elaborano i discorsi collettivi, quello di cui si parla, rispetto a quello che si vive, a essere altrove.

Certo, l’Isis è una minaccia e un pericolo anche per l’Occidente: lo si è visto drammaticamente a Parigi, con le sue vittime di tutto il mondo, anche nostre, come Valeria Solesin. E lo vedremo ancora. Ma l’enfasi che si è voluta dare al terrorismo come determinante della nostra vita quotidiana, quasi ne fossimo diventati tutti culturalmente ostaggi e in fondo già sconfitti, è stata un clamoroso errore, oltre che una immediata vittoria proprio della logica del terrore. E la gente si è dimostrata più saggia di tutto questo. Più calma, rispetto allo spazio assurdo concesso dalla cronaca e al trattamento tra l’isterico e il paranoico delle notizie. Più pacata, rispetto alla speculazione incattivita e alla strumentalizzazione indecente del terrorismo voluti dalla politica.

A Bruxelles ha vinto l’Isis. Come avrebbe vinto se, come chiedeva stupidamente una parte del giornalismo alla politica, si fosse rinviato il Giubileo o qualcos’altro, tanto per fare notizia. Ma queste piazze in realtà l’hanno sconfitto. Tra l’altro è significativo che questo del Capodanno in piazza sia un rituale che ha sempre più successo: non è solo che costa meno, ed è alla portata di tutte le tasche, contro i costi assurdi di troppi inutili cenoni, che riempiono pance estenuate dall’essere già troppo piene, e di troppe feste in cui ci si sente obbligati a fare festa, e a fare finta di divertirsi, senza sapere veramente il perché; è anche un modo più vero di sentirsi membri della stessa società, parte di qualcosa di più grande di noi, che ci riguarda e ci coinvolge (e quanto sono veri e profondi questi verbi, che rimandano al guardare e al volgersi reciprocamente verso gli altri).

C’è anche un discorso più sottile, da fare. Tel Aviv è stata sì oggetto in questi giorni di un attentato terroristico: che con l’Isis non ha peraltro nulla a che fare, trattandosi di un conflitto interno e che viene da più lontano nel tempo. Eppure ricomincerà a vivere subito, come ha sempre fatto. E il fatto di convivere con la possibilità che la vita finisca, in maniera anche drammatica e brutale, non le impedisce di essere una delle città con la vita culturale più attiva e brillante del mondo, una delle frontiere avanzate della tecnologia, piena di laico dinamismo, di secolare voglia di vivere, di voglia di cambiare il mondo, di trasformarlo. E forse queste due cose sono collegate. Perché la morte fa parte della vita. E la vita culturale, e l’innovazione – cioè letteralmente il fare cose nuove, che non c’erano prima – è innanzitutto una risposta alla mortalità umana: un modo di durare al di là della durata.

Per questo anche la minaccia terrorista ci può re-insegnare qualcosa, se non ce ne facciamo travolgere. Che la vita ha un senso, se siamo capaci di darglielo. Che il futuro non sempre è programmabile, ma è anche destino, talvolta brutale. Che tutto questo non toglie spessore alla nostra vita, ma al contrario gliene dà. Che la logica della vita, individualmente ma anche collettivamente, come corpo sociale, è più forte della morte, se è capace di capirlo. E che il terrorismo è sì una minaccia tremenda, ma l’errore più grande sarebbe soccombere alla sua logica, invece di sconfiggerla con la nostra più grande conquista culturale: la capacità di vivere e pensare diversamente da come vorrebbero loro, i terroristi.

Capodanno della rivincita, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2016, editoriale p.1

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