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E se aprissimo le università ai rifugiati?

L’università fa politica, senza farla. Nel senso alto, guardando i processi lunghi; lontana dall’attualità e dagli schieramenti ideologici. E’ quanto avvenuto all’inaugurazione del 794° anno accademico dell’Università di Padova. Dove per capire e intercettare questi tempi, si è parlato di ciò di cui non si poteva non parlare, a molti livelli: internazionalizzazione, mobilità umana. Politica, appunto.

Lo ha fatto il rettore Rizzuto, dopo la consueta ma necessaria riflessione sui pochi investimenti sull’università di un paese che di laureati ha solo il 19% della popolazione, contro il 29% della Germania, il 35% della Francia, il 39% del Regno Unito. Per chi non capisce che l’arricchimento scientifico e culturale è anche un valore in sé, ha ricordato che uno studio dell’OCSE stima il beneficio pubblico della formazione universitaria – al netto dei costi stessi dell’istruzione – in 80.000 euro a laureato: un dato che, da solo, ci fa capire quanto perdiamo, quanto tutti perdono, laureati e non, nel produrne così pochi.

Ma la parte più densamente politica è venuta in altri momenti. Quando ha dedicato la giornata al ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso perché faceva ricerca: eroe suo malgrado di un mondo, quello della ricerca appunto, che come il Galileo di Brecht di eroi ne farebbe volentieri a meno. E ricordando i dati della (mancata, comunque insufficiente) internazionalizzazione dell’università. Un problema che riguarda il corpo docente: i professori stranieri sono il 23% nelle università inglesi, in Francia il 15%, in Italia siamo sotto all’1%… Non è solo questione di meccanismi di reclutamento, ma anche di apertura culturale. Considerare l’internazionalizzazione un vanto è impossibile, laddove si pensa – agendo di conseguenza – che prima bisogna dare lavoro ai nostri, come spesso si sente ripetere. La cosa vale anche per studenti e dottorandi: la polemica sui nostri ricercatori costretti ad andarsene e che vincono finanziamenti di ricerca e premi all’estero viene spesso vissuta in maniera vittimistica, individuando il problema nei ricercatori che vanno via. Cosa che nel mondo della ricerca è normale. Il problema drammatico è invece che non accade il contrario: che di studenti e ricercatori stranieri ne attraiamo pochissimi. E’ questo il vero indice del disastro di un sistema: capace di formare ricercatori eccellenti, che vanno poi a specializzarsi ulteriormente all’estero, ma incapace di creare un ambiente attrattivo per la ricerca, per i nostri e soprattutto per gli altri. E’ qui che si misura il vero deficit di competitività di un sistema.

C’è tuttavia un indicatore ancora più importante: la presenza di studenti stranieri – più del 10% ad Harvard, un terzo all’Imperial college di Londra. E’ un’opportunità gigantesca, che il nostro paese ha sempre colpevolmente sottovalutato: rimanendo sempre ai livelli più bassi delle classifiche internazionali. Senza capire che fa un danno a se stesso, non aprendosi alle elite intellettuali che domani faranno impresa o governeranno altri paesi (come il nuovo ministro croato per la scienza, la cultura e lo sport, laureato all’università di Padova).

Ad approfondire la questione ci ha pensato Marc Mézard, rettore dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi, la più prestigiosa sede universitaria di Francia, nell’intervento non a caso più applaudito della giornata. Lui è andato anche più lontano: ha aperto le porte della sua prestigiosissima scuola – in discreto silenzio, ma come fortissimo atto politico – ai nuovi rifugiati. La scuola più selettiva di Francia accoglie infatti una quarantina di rifugiati, a cui ha dato la tessera dello studente, dei corsi di francese, la tessera della biblioteca e un pasto al giorno. Li ha chiamati studenti invitati, come i professori invitati, i fellow professors che girano per le università. E in collaborazione con gli studenti ha creato loro intorno un progetto: per dare un futuro a chi è scappato dal proprio passato. E’ qualcosa che potrebbero fare tutte le università del Nordest: ognuna adottando qualcuno, tra i rifugiati potenzialmente titolati. Ma potrebbero farlo, a maggior ragione, anche tutte le scuole superiori, e i corsi di istruzione professionale. Senza violare le leggi, ma forzando le inerzie burocratiche. Siamo certi che le risorse, anche morali e di volontariato, si troverebbero facilmente.

Se l’ateneo apre ai rifugiati. Da Parigi al Bo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 febbraio 2016, editoriale, p.1

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