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La generazione dei Giulio Regeni

Quella di Giulio Regeni è una generazione itinerante: mobile per necessità e per desiderio. E’ la generazione Erasmus: di chi ha imparato ad essere parte di un mondo globale, e a muoversi di conseguenza – studiando all’estero per un po’, imparando lingue straniere, sprovincializzandosi, aprendosi al mondo. Gli italiani che lo fanno ci provano così tanto gusto che in percentuale elevatissima, oltre un terzo, finiscono per sposarsi con una persona di altra nazionalità: e spesso avranno percorsi lavorativi che, intrecciandosi con quelli familiari, li porteranno a vivere in paesi diversi, in maniera intermittente – come condizione in buona misura scelta. Certo, c’è la difficoltà a trovare l’occupazione che interessa nel proprio paese. Ma c’è anche l’idea che inseguire i propri interessi, non solo il proprio comodo, sia piacevole in sé, qualcosa che ti fa diverso, davvero cosmopolita. Una condizione diversa dal sedentario professionale: in cui il legame con le proprie radici non impedisce affatto, anzi stimola, la possibilità di far maturare i propri frutti in altri climi e in altri contesti.

Per chi fa ricerca questo è ancora più vero. Qui, certo, gioca un ruolo, più che il bisogno, la mancanza di occasioni. Il nostro paese investe pochissimo in questi settori, con il risultato che molti nostri giovani brillanti entrano in percorsi di ricerca di università straniere. Ma è anche vero che, laddove si fa ricerca, si è finalmente imparato a guardare alle competenze anziché alla nazionalità: per cui se c’è una borsa di studio da assegnare, la fai avere a chi è in grado di seguire quella ricerca, non a uno del tuo paese. Semmai, in questo, è l’Italia a essere tremendamente indietro: non nel lasciare andare in giro i nostri giovani, ma nel non offrire occasioni a giovani stranieri. Con buona pace di chi pensa che “prima i nostri”.

Molti dunque lavorano per università straniere, che occasioni di ricerca sul campo ne offrono di più. Questo ha fatto anche Giulio Regeni, ed è un bene che va salvaguardato. La buona ricerca è per definizione ricerca sul campo: non basta una scrivania, un computer e l’accesso a internet. La globalizzazione ha reso il mondo più piccolo, più facile da raggiungere, ma l’iperconnesione non ha sostituito l’esperienza del viaggio, dell’incontro personale – al contrario. I lavori in cui ci si viene a contatto con ambienti e culture diversi da quelli d’origine sono sempre di più. Se poi ci si aggiunge il desiderio di non accontentarsi delle verità di regime – precisamente quello che un ricercatore (ma anche un giornalista o un cooperante) non può e non deve fare – è inevitabile incrociare mondi in cui si possono correre anche dei rischi. Ma sono rischi professionali senza i quali il lavoro della ricerca e della testimonianza non ha alcun senso e alcuna utilità. Tanto è vero che chi fa questo mestiere, non di rado finisce per sovrapporre e mischiare i ruoli: un buon ricercatore sul campo finisce anche per essere una fonte di informazione per chi sta fuori dal campo (per i giornalisti, ad esempio), spesso un testimone, talvolta scomodo (perché ha voce, a differenza di altri), e in qualche caso finisce per prendere, se non parte, posizione – perché vive in mezzo a punti di vista diversi da quelli che raccontano i governi e le verità ufficiali. Questo accade alla gran parte di coloro che lavorano su questioni legate alla contemporaneità, e non solo nei paesi considerati a rischio: sono le questioni di cui ci si occupa, eventualmente, a rischio, non i paesi. E’ del resto preferibile la consapevolezza di chi sa quello che fa all’inconsapevolezza di chi va a Sharm senza nemmeno sapere che è in Egitto: anche quelli corrono dei rischi, senza saperlo… E non si può rimanere ignavi e silenti, come le tre scimmiette che non vedono non sentono e non parlano, di fronte a certe scoperte che fanno parte del lavoro di ricerca. E’ intollerabile perciò chi dice che Giulio un po’ se l’è cercata. Mentre è doveroso mobilitarsi per cercare le verità nascoste dietro la sua morte. Rendendogli, senza retorica, omaggio in questo modo: cercando di rendere migliori le condizioni non solo di chi fa ricerca, ma del mondo in cui la fa – anzi, del mondo, in quanto tale.

La generazione di Giulio Regeni, in “Corriere della Sera – Corriere del Veneto”, 12 febbraio 2016, editoriale, p.1

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