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Non c’è più il futuro di una volta: come cambia il lavoro – e noi

Non c’è più il futuro di una volta. Da suggestione riflessiva, scritta sui muri della città, diventa certezza statistica, profezia che si autorealizza e, probabilmente, destino.

Sul piano del lavoro, almeno, è così: lo sappiamo già. Con quella che si suole chiamare la quarta rivoluzione industriale in arrivo, e in realtà già in corso, il paesaggio produttivo è destinato a cambiare radicalmente. Non vale solo per il lavoro, per la verità: il nostro modo di abitare, di muoverci, di relazionarci e di riprodurci è soggetto a un sommovimento gigantesco. Per cui dire che il mondo di domani non sarà più quello di ieri diventa una semplice ovvietà. Ma un conto è dirlo, un conto è saperlo razionalmente (o poterlo sapere), un conto è capirlo davvero nelle sue implicazioni (sapere spesso non è sufficiente per capire), e un altro conto, infine, è sperimentarlo, viverlo.

Qui ci limitiamo al mondo del lavoro, e già non è poca cosa: non c’è bisogno di essere marxisti, né di credere che il modo di produzione sia la struttura del sistema in cui viviamo e il resto mera sovrastruttura (non lo crediamo, per quel che vale), per capire quante implicazioni le trasformazioni nel mondo e nel modo di lavorare hanno sulla vita quotidiana, gli orari e i ritmi della città, le culture che in essa vivono, le modalità di apprendere e i loro tempi, il rapporto con le fasi di crescita degli esseri umani, i modi stessi di relazionarsi e di poter manifestare i propri sentimenti.

E’ vero, non è la prima volta nella storia. Veniamo da migliaia di anni di vita comune in cui le nostre erano società lente, in cui il mutamento, e l’evoluzione tecnologica, erano così impercettibili da immaginare che le generazioni dovessero trasmettere a quelle successive lo stesso patrimonio di pratiche e conoscenze: e talvolta lo immaginiamo ancora… Ma alcune rivoluzioni, industriali e non, hanno già manifestato in maniera dirompente i propri effetti: a seguito dei quali i figli non hanno più fatto i lavori dei padri e le figlie quelli delle madri, né hanno più vissuto allo stesso modo. È accaduto con le varie fasi di urbanizzazione, il passaggio dalla campagna alla città; poi con la prima rivoluzione industriale, che ha inventato nuove categorie di lavori prima inesistenti, abbandonando, con l’agricoltura, un modo di vita e un sistema di valori secolare; e ancora con l’emergere del terziario, dei servizi, e più recentemente dell’economia della conoscenza. In queste fasi della storia il mutamento nella tecnologia e nei modi di produrre ha indotto giganteschi cambiamenti sociali, ed enormi trasformazioni, anche di culture, di valori, di rituali che tenevano insieme la società.

Oggi questo accade per così dire all’ennesima potenza, in maniera difficilmente prevedibile nelle sue conseguenze, persino sui modelli cognitivi, sui modi di capire e di leggere il mondo, e di collocarsi al suo interno (pensiamo alle conseguenze ancora in buona parte inesplorate del passaggio dalla prevalenza della parola stampata a quella dell’immagine, con un salto in avanti che è anche un ritorno indietro, dell’iperconnessione in tempo reale, e molto altro).

Non stupisce dunque la notizia, divulgata in un report presentato al World Economic Forum di Davos, The Future of Jobs, secondo la quale il 65% dei bambini che entrano oggi nella scuola primaria finirà per svolgere lavori che non esistono ancora: questo mostra solo l’accelerazione del cambiamento già in atto. Stupisce invece che una previsione di questo genere – che da sola dovrebbe calamitare tutta la nostra attenzione, per capire ad esempio come trasformare contenuti e modi dei processi di istruzione e formazione, e il significato profondo di un modo diverso di intendere l’alternanza scuola lavoro – passi nell’inconsapevolezza dei più: della cultura che guarda altrove, della politica che guarda se stessa e l’immediato presente, e in fondo anche dell’economia, che produce l’innovazione ma ne sottovaluta le implicazioni sociali e culturali. Con il rischio che la sparizione del futuro di una volta ci faccia pensare di avere un grande avvenire dietro le spalle, senza darci gli strumenti per leggere quello che abbiamo davanti agli occhi.

Attrezziamoci, non c’è più il futuro di una volta, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 8 febbraio 2016, p.5

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