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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Piccoli omicidi. Per piccole ragioni.

Per soldi. Pochi o molti, comunque maledetti. Cifre relativamente modeste, per chi si professa imprenditore. E con una notazione singolare, e aggravante: a scatenarsi non è il creditore – che pure avrebbe almeno i motivi per essere infuriato – ma il debitore.

Non c’è tempo, non c’è voglia, di restituire i soldi. Spesi per mantenere un tenore di vita incongruo rispetto ai redditi – o ai debiti, appunto. Non c’è voglia di transare, di rateizzare, di dilazionare: troppo complicato. E la scorciatoia, condita con la rabbia (una rabbia assurda, legata al non voler accettare il proprio ruolo di persona in debito – la rabbia di chi ha torto, non quella del giusto a cui si è fatto torto), è l’omicidio. Come una società tribale, primitiva: ma a differenza di questa, senza regole, senza norme. Non si uccide per fame, e nemmeno per vendicare un diritto usurpato: si uccide per tenersi gli schei. Perché sembra giusto: un diritto, quasi. Meno ingiusto che pagare i propri debiti – un derivato di dovere, guarda caso.

Trattandosi di personalità evidentemente prive di senso della realtà e delle proporzioni (non diciamo folli, o disturbate, per non voler dare, neanche linguisticamente, una qualche parvenza di attenuante generica agli omicidi), queste loro azioni non hanno una ragione, ma hanno una logica. Quella per la quale, se nulla ha valore, tutto ha un prezzo: e quello di una vita sono le poche migliaia o decine di migliaia di euro che a quella vita dovremmo restituire. Meglio sbarazzarsene, di quell’ostacolo (non alla propria felicità, ma al tirare avanti come prima), meglio toglierla di mezzo, quella vita – altrui.

Non è la stessa logica degli imprenditori suicidi, anche quelli per debiti. Quelli ci dicono di una società – e di persone al suo interno – che non accetta il fallimento personale, non riesce a darsi una ragione di vita al di fuori della vita lavorativa: in cui la disperazione per l’onore perduto, o l’incapacità di garantire ai propri familiari la vita loro promessa, o ai dipendenti un futuro, o alla propria azienda, a cui si è legato il proprio nome e il proprio destino (non a caso molti si sono uccisi nella propria impresa, non a casa) l’ascesa e il successo sognati e per un po’ anche vissuti, diventa ragione sufficiente per andarsene, e lasciarsi andare, nel peggiore dei modi. Ma lì una ragione, per quanto sbagliata, si può cercare, capire, e accettare. Con rispetto dei destini umani coinvolti. Perché il suicidio, come diceva Junger, è la dimostrazione che, per alcuni, ci sono cose peggiori della morte. Qui no: qui c’è la vita altrui negata perché vale di più il nostro tenore di vita. E questi omicidi ci dicono di una società non malata in sé – sarebbe sbagliato, e superficiale, il voler dedurre dai casi di cronaca delle tendenze – ma che coltiva comunque e lascia crescere dentro di sé troppi frutti malati, per i quali i soldi sono essenziali non perché li possediamo, ma perché ci possiedono; non come nostro strumento di godimento o di dominio, ma perché diventiamo loro strumento, e da essi siamo dominati (da dominus: signore e padrone; ma, inseguendo un’etimologia impropria ma allettante, saremmo tentati di dire anche demone, daimon). Non abbiamo – non hanno – gli strumenti per avere con il denaro, e tutto quello che porta con sé (l’apparenza, lo status, il fare e farsi vedere), un rapporto di ragionevole complicità. E che cos’è questo se non un problema di cultura? Cioè di valori dominanti, e di comportamenti corrispondenti?

Senza farne una generica lamentazione sulla decadenza dei tempi, cui non crediamo, una riflessione si può comunque tentare, su quello che si presenta come un fallimento etico, specifico di una generazione, più che di una popolazione. Quella dei soldi facili, appunto. E di una morale altrettanto facile. Che condanna con facilità l’omicidio frutto di rapina – e meglio se a compierlo è uno straniero contro cui sfogarsi, magari giustificando volentieri il desiderio di farsi giustizia da sé delle vittime – e non si accorge della patologia che ha lasciato crescere dentro di sé: ben più diffusa di quanto questi omicidi, pur nella loro impressionante sequenza, mostrino. Tanto che la voglia di fare e farsi giustizia, qui, non diventa sentimento popolare. Dispiace, e morta lì.

Nulla vale, tutto ha un prezzo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2016, editoriale, p.1

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