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Bruxelles, casa nostra. L’Europa e la risposta al terrorismo

E’ un salto di qualità. Potrebbe esserlo. Vorremmo che lo fosse. Non del terrorismo: ma della consapevolezza che abbiamo di esso. E della consapevolezza che di fronte ad esso dobbiamo fare fronte comune, perché apparteniamo alla stessa storia, allo stesso paese, alla stessa famiglia.

Hanno colpito Bruxelles. La capitale dell’Europa. Quindi anche la nostra: dell’Italia, del Veneto. Sì, il luogo dove si mettono in gioco i nostri valori e si decidono i nostri interessi. Più che a Venezia. Per molti versi più che a Roma.

Dall’aeroporto di Zaventem passano tutti: studenti in gita alle istituzioni europee e politici che ci lavorano, imprenditori  che operano su mercati globali e scienziati che mettono in piedi reti di ricerca internazionali. Per costoro, e molti altri, ormai l’aereo per Bruxelles è una navetta, un autobus familiare: se si lavora, se si esporta, se si innova, se si vuole decidere, se si vuole cambiare, ci si deve passare, e ci si va. Volentieri, per giunta: perché capisci che lì si gioca qualcosa di importante; come sanno persino gli euroscettici, i professionisti della critica all’Europa – che anch’essi, per discutere insieme le loro strategie, si vedono a Bruxelles… Andiamo lì perché è casa nostra, il luogo dove si discute il nostro destino comune, nel bene e nel male: con le sue capacità innovative e i suoi fallimenti, con i suoi slanci verso il futuro e le sue ricadute nel passato nazionale e nazionalista, con le sue capacità di vedere lontano, e l’incapacità di vedere quanto accade alle proprie frontiere, o in certi suoi quartieri.

Il terrorismo di matrice islamista ha colpito la capitale dell’Europa. Non è più questione di dire “Je suis Paris”, magari sentendosi criticare perché non si è anche Nairobi, o Ankara. Noi siamo Bruxelles non per adesione ideale, ma nei fatti; non per un moto del cuore, ma nella nostra vita quotidiana. Tuttavia tendiamo a dimenticarcelo: e gli attentati di questi giorni forse ci aiutano a capirlo, a ritrovarne la coscienza, la consapevolezza profonda. Il terrorismo islamista, il jihadismo globale, è un fenomeno transnazionale, e nello stesso tempo un fatto interno europeo, che ci tocca tutti. L’Italia non ha dovuto subire gravi attentati: ma è stata colpita lo stesso, in Valeria Solesin vittima del Bataclan, e oggi a Bruxelles, anche senza vittime italiane. E’ per questo che si deve costruire una risposta europea, convinta e convincente: al di là delle frontiere nazionali, e anche delle differenze culturali, politiche e religiose che attraversano l’Europa. Bruxelles è anche questo: la capitale di un paese storicamente diviso tra due culture e due lingue europee che si odiavano e ora convivono, e la città in cui il nome più diffuso tra i neonati è Mohamed. Chi ha messo le bombe all’aeroporto e nel metro di Bruxelles è nemico anche di questo, perché vorrebbe una società di separazioni, di frontiere religiose e culturali rigide, non di trasformazioni, di incontri e di meticciato: non diversamente dai terrorismi politici e nazionalistici che l’Europa ha ben conosciuto negli scorsi decenni, e da tutti i terrorismi, del resto. La risposta più efficace contro costoro sta a livello europeo: pragmaticamente, nella collaborazione tra polizie, nella creazione di una vera intelligence europea sul modello dell’FBI americana (che probabilmente non avrebbe i buchi delle piccole intelligence nazionali…); e culturalmente, nella rivendicazione orgogliosa di un modello di convivenza dove vince il diritto e il rispetto, non l’odio e il rifiuto dell’altro.

In questo l’Europa deve ripensarsi, fare un serio esame di coscienza. Che riguarda anche tante cose che con il terrorismo non c’entrano niente: che si tratti delle sue strategie sui rifugiati o della sua politica estera, della collaborazione economica con altre aree del mondo (a cominciare dal Mediterraneo) o della capacità di rifiutare e impedire al suo interno il crescere di separatismi culturali che con l’idea di Europa fanno a pugni (che riguardano anche alcune comunità immigrate, o alcuni quartieri delle sue città). In modo che si comprenda che la risposta al terrorismo, se vuole essere efficace, non può che essere più Europa, non meno: e sfruttare in positivo proprio quel sentimento che ci unisce al di là delle differenze e delle stesse visioni dell’Europa, e che ci fa pensare che l’attentato a Bruxelles sia accaduto a noi, nelle nostre città, e ci spinge a reagire. Insieme, tutti quelli che – di qualunque paese, origine etnica e religione siano – individuano nei terroristi dei nemici.

Bruxelles, casa nostra, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 marzo 2016, editoriale, p.1

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