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Le piazze, la socialità, i diritti: vivere il centro storico

Puntuali come le influenze, con la bella stagione riemergono ciclicamente le polemiche sul centro storico e il suo utilizzo. A Padova, con qualche specificità in più, sia fattuale che politica, che vale la pena esaminare. La diatriba è nota: i locali aumentano, i visitatori affollano il centro, i residenti si lamentano, la politica interviene, o non lo fa… Il copione è sempre il medesimo, gli attori i soliti: la trama comincia con studenti, giovani, turisti e cittadini che affollano il centro…

Padova è una bella città, quindi anche turistica: e i turisti vogliono vedere i monumenti, ma anche godersi la città di sera, con buoni e diffusi spettacoli (ancora troppo pochi), buon cibo e occasioni di incontro. In più è un enorme polo universitario, con oltre sessantamila studenti e cinquemila docenti, in parte significativa provenienti da altrove. La città, su questa presenza, cresce e incassa: la gente che ci viene dorme, mangia, consuma. Senza l’università la città non perderebbe solo molto del suo prestigio, ma una delle sue principali aziende (insieme all’ospedale), e anche un incubatore e mobilitatore di produzioni e consumi culturali, che ne costituiscono in buona parte l’anima. La città dei residenti, dei proprietari e degli esercenti diurni (che hanno interessi diversi dagli esercenti di locali aperti la sera) li vorrebbe solo consumatori silenziosi (e in buona parte polli da scorticare, basti pensare al mercato degli affitti), o consumatori di fascia alta, nel chiuso di costosi locali privati. Loro vogliono invece godersi la città in cui temporaneamente o permanentemente vivono, e le sue pubbliche piazze (che sono belle, e nascono precisamente come luoghi di socializzazione, per essere godute e trafficate), e che costano meno dei locali. E’ quella che stampa e politica, con buona dose di provincialismo, chiamano ‘movida’. Almeno, lo fosse… Una movida presuppone un’offerta dinamica e diffusa di continue attività culturali, non solo di luoghi in cui mangiare e bere.

Ci sono poi i proprietari dei locali aperti la sera. Che diventano tali perché altri esercizi chiudono. Qui una riflessione andrebbe fatta. I negozi chiudono solo per la crisi? O è anche per una generalizzata mancanza di attrattiva e di innovazione (dunque di cultura e di cultura d’impresa)? Perché si vendono sempre le stesse cose, nello stesso modo, con gli stessi assurdi orari inclusivi di tre ore di pausa pranzo (una pratica insensata e in via di sparizione nelle città aperte e turistiche)? Naturalmente il vuoto viene riempito, ed è un bene: se così non fosse, le piazze avrebbero vieppiù l’aspetto spettrale delle saracinesche chiuse, della mancanza di vita, del desiderio di essere altrove – tutto il contrario di una città turistica e attrattiva. In più ci si mette la politica, il governo locale. Benissimo che il sindaco Bitonci abbia abolito l’insensato e regressivo coprifuoco della mezzanotte, in un interessante rovesciamento di ruoli per cui la destra fa politiche aperturiste mentre la sinistra faceva quelle conservatrici: da qui a rilasciare licenze a raffica solo a locali che richiamano ulteriore pubblico, senza alcuna riflessione e gestione e analisi delle conseguenze, e comminando ai gestori ammende in misura risibile, certamente inferiori per numero e importo a quelle che con grande impegno si comminano ai mendicanti, ce ne passa. Ovvio che poi i residenti protestano. Va detto tuttavia che le città sono un organismo complesso, in profonda e rapida trasformazione, caratterizzate da processi di mobilità (anche delle sue popolazioni) sempre più rapide. Hanno bisogno di spazi e polmoni di socialità tanto quanto hanno bisogno di spazi e polmoni verdi: senza di essi, semplicemente, invecchiano, si ammalano e muoiono. E questi spazi non sono decentrabili a piacere: si creano naturalmente, con logiche proprie, legate ai costi, all’attrattiva, ai vantaggi e svantaggi dei rispettivi quartieri, e non prevedono dunque gli stessi inquilini per sempre. Non si può immaginare uno schema rigido, ad uso e consumo dei proprietari. E’ un problema serio, anche politico: molti dei nuovi residenti (siano essi studenti, immigrati o lavoratori che non si trasferiranno – sempre di più) producono reddito ma non votano, e talvolta viceversa. Sono trasformazioni che andrebbero accompagnate, discutendo, coinvolgendo tutti gli attori, ma anche immaginando e proponendo scenari evolutivi. Quello che dovrebbe fare una politica capace di programmare e innovare. In assenza della quale i processi sono lasciati al caso, e alle logiche, non casuali, del mercato.

Vita e rispetto, piazze al bivio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 marzo 2016, editoriale, p.1

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