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Il disagio nella (della) scuola

Una piccola glossa, marginale, rispetto a un evento del tutto secondario. Per parlare di un problema gigantesco, che mi fa riflettere e mi turba da tempo, e credo sia sentito da molti.

Non per dire nulla di serio: non nello spazio breve di un articolo. Sapendo, oltre tutto, che si sarebbe dovuto parlare di moltre altre cose, oltre quelle qui abbozzate. Ma per ricordarci, che sì: “Houston, abbiamo un problema…”. Che il senso e il non senso dell’istituzione-scuola (se poi non la chiamiamo più istituzione, meglio), il posto dove avviene in gran parte il processo di socializzazione, dove impariamo a imparare, e il disagio che proviamo un po’ tutti – studenti, docenti, genitori – è il problema…

La cronaca locale, con i suoi fatterelli secondari e apparentemente irrilevanti, talvolta è un modo istruttivo di intercettare fenomeni globali di maggiore importanza.

Ci pare sia quanto è successo al liceo classico Canova di Treviso: dove uno o più studenti hanno marcato la loro protesta lasciando sui muri della scuola disegni infantili, ma anche motivazioni della loro insoddisfazione. Del tipo: “Ci avete rubato la libertà”, “Non siamo solo voti!”, o il più articolato “Pensate che l’unica nostra aspirazione sia ricevere scarne valutazioni da persone prive di qualsiasi buon senso?”.

Certo, è un atto di ribellismo giovanile (oltre tutto, come ogni generalizzazione, irrispettoso della diversità e della complessità). E capiamo la reazione della preside, che ha stigmatizzato il comportamento dei ragazzi (anche se non sappiamo se, al suo posto, avremmo anche presentato denuncia alle forze dell’ordine: immaginiamo sia un atto dovuto, ma forse è anche un atto educativamente problematico…).

Ma come dovrebbe sapere qualsiasi genitore e qualsiasi insegnante, ogni atto di ribellione, specie negli anni più inquieti dell’adolescenza, è anche una ricerca di attenzione che non ha trovato altri mezzi per esprimersi. E un qualche problemino, sul senso della scuola di oggi, pare proprio che ci sia. E lo dico da docente, seppure di ragazzi di altra età.

Se si sono presi la briga di scrivere la loro protesta, e di correre dei rischi per questo, certo volevano provocare. Ma è anche un per niente paradossale e forse nemmeno del tutto inconsapevole atto d’amore e di desiderio: la testimonianza che per loro la scuola è davvero importante. E lo è sempre di più, in società dove ormai si passa più tempo in essa che in qualunque altro ambiente. E dove c’è una fame quasi angosciosa di ruoli educativi ben esercitati, in famiglie che paiono sempre meno capaci e preparate nell’affrontare il loro, del resto più difficile oggi di ieri. E-ducere significa condurre altrove, portare via, in un mondo diverso, ed è imparentato con se-ducere, sedurre, e l’insegnante è uno che lascia o dovrebbe lasciare un signum, un segno (auspicabilmente non un vulnus, una ferita), come ricorda Massimo Recalcati nel suo bel libro su “L’ora di lezione”. Al di là della volontà e della capacità dei docenti di farlo, è la scuola come sistema che è sempre più altra cosa, rispetto a questo. E nello stesso tempo è proprio questo il bisogno che i ragazzi manifestano in quella età così cruciale: soddisfare delle curiosità, vedersi aperti nuovi orizzonti, essere riconosciuti, anche, nella loro individualità, nel loro desiderio di scoprire, non di copiare, di apprendere, non di essere valutati.

Oggi non ha più alcun senso immaginare tre età dell’uomo: una dell’apprendimento, ormai troppo prolungata (fino a diciott’anni o ventidue o venticinque senza fare altro? Davvero insopportabile e insensato), una del lavoro (per una quarantina) e una dell’ozio improduttivo (oggi più lunga, con l’allungamento dell’aspettativa di vita). Il che significa che è necessario trasformare le istituzioni che se ne occupano: non è solo il mondo del lavoro che presuppone formazione permanente. E’ anche il mondo della scuola, che deve presupporre modalità altre di frequentazione del mondo (davvero i nostri voti sulle materie sanno valutare le persone? Quanto c’è di efficacia e quanto di pura e semplice inerzia – la forza più grande della storia, ammoniva Tolstoj, ma non la più utile – nel nostro modo di affrontare la questione?). E magari la possibilità di fare esperienze altre (in Svizzera oggi il 70% dei quindicenni ha già avuto esperienze lavorative, e questo non li fa abbandonare la scuola, ma favorisce percorsi – anche di riconoscimento – diversi, con più frequenti passaggi dall’uno all’altro mondo). Senza enfatizzare alcuna soluzione, difficile da trovare, mi limiterei al problema: sottolineare che c’è, sarebbe già un atto di utile e umile riflessione, da parte degli adulti.

Una ribellione da capire, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 aprile 2016, editoriale, p.1

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