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Il mio 25 aprile: ricordando quello dei miei

A mia madre. Per la quale il 25 aprile ha significato uscire da San Vittore, liberata letteralmente, dalla prigionia: patita perché sorella di un comandante partigiano, e perché l’aveva aiutato, lui e i suoi.

L’ho ricordata in dedica a un mio libro di qualche anno fa, uno dei pochi dedicato esplicitamente alla politica (per la cronaca, era “Chi ha ucciso il PD”).

“A mia madre. Da lei, senza quasi mai parlare di politica, sulla politica ho imparato tanto. Dalla sua storia partigiana, innanzitutto: iniziata come sorella e aiutante di un importante capo partigiano dell’alessandrino, e finita a San Vittore prigioniera dei tedeschi, già con il numero per andare in Germania in mano, salvata all’ultimo, dalla Liberazione. E dalla storia di suo fratello, il partigiano Marco: che ha incarnato una vicenda strana, bella, pulita, eroica, anche se tragica, che ha segnato la mia adolescenza, da allora e per sempre. La storia di un aviatore, un eroe di guerra: diventato l’8 settembre un capo partigiano, un po’ per caso. Un uomo di formazione liberale, di spirito insofferente e forse un po’ anarchico, gran combattente e trascinatore, amato dai suoi uomini migliori e tradito dai peggiori. Morto appena trentenne, ucciso, colpito da una pallottola il 26 aprile, il giorno dopo la fine della guerra: dopo essere stato comandante delle truppe partigiane della sua zona (inizialmente, un gruppetto di suoi soldati, che avevano disertato con lui, l’8 settembre), prigioniero dei tedeschi per una scelta d’onore (partecipare a Milano, dove era ricercato, ai funerali del padre, ucciso da una raffica di mitra alleata), liberato per uno scambio di prigionieri gestito in autonomia direttamente dai suoi uomini, e infine capo di stato maggiore della divisione Garibaldi Gramsci (lui, anticomunista, perennemente in dissenso con molti suoi dirigenti e il suo commissario politico – tanto che i sospetti su chi l’aveva ucciso, se altri partigiani o i tedeschi, circolarono a lungo e avvelenarono il clima della zona in cui combatté per decenni). Una storia che è il massimo dell’antiretorica. Dalla storia di lui ho imparato il significato di destino; e anche parole desuete come coraggio, autonomia, libertà. Da quella di lei, mia madre, dal suo rifiuto della demagogia e della retorica facili (e quella resistenziale, per decenni, si è venduta assai bene, e ci hanno speculato sopra in molti, con meno merito), ho ricevuto una lezione di dignità e di stile. Ricordo ancora quando, alle celebrazioni di suo fratello, cui furono tardivamente (nel 1983) dedicate una via, una scuola e un monumento nel paese e nella zona in cui aveva combattuto – presente l’allora presidente partigiano Sandro Pertini, e uno stuolo di ministri e politici locali, sotto l’omaggio delle frecce tricolori – rifiutò di salire sul palco con gli altri suoi familiari, e rimase in piazza, commossa, con noi. A te faccio ancora in tempo a dirlo: grazie mamma. Sono cose che ti segnano. In positivo.”

Franco Anselmi, in breve

I luoghi del ricordo

Una risposta a Il mio 25 aprile: ricordando quello dei miei

  • Floris scrive:

    . Un ricordo meraviglioso per cui provo una tenera invidia : è un ricordo che ha dato tanto, che ha fatto scoprire e crescere. Mia mamma mi ha lasciato il ricordo del nonno non come partigiano coinvolto direttamente ma come persona che nella sua umiltà ha provato a fare qualcosa al suo paese. Mio padre , all’epoca adolescente come mia padre , mi ha narrato i suoi sentimenti , il suo vivere quel periodo, gli episodi a cui ha assistito : la sua sensibilità , seppure nemmeno noi abbiamo parlato di politica, mi ha trasmesso la conoscenza e, fortunatamente, un ricordo incancellabile di quel periodo. Così, grazie mamma di Stefano e grazie papà.

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