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Nemesi degli “schei”. Se il denaro non basta a produrre valore

Miserie dell’opulenza. Come il denaro può produrre povertà. La crisi delle banche del Nordest si potrebbe leggere anche così: una nemesi storica nella terra degli ‘schei’. Il denaro che non fa più il suo dovere: produrre altro denaro. La ricchezza di alcuni – immeritatamente destinatari di ingiustificabili emolumenti – che brucia i risparmi di chi ha molto meno, talvolta gli investimenti di una vita, la garanzia perduta di una vecchiaia serena (come successo con la crisi delle banche popolari, che è innanzitutto una crisi di leadership locale, di cui non si può certo accusare Roma, gli immigrati o la globalizzazione…).

Sembra quasi che questo territorio abbia fatto propri, in maniera persino più radicale, alcuni temi generali che riguardano il rapporto con il denaro e la sua stessa essenza. “Tutto ciò che ha un prezzo ha poco valore”, ammoniva Nietzsche nello Zatathustra. Noi abbiamo finito per vivere in una società che dà un prezzo quasi a tutto: anche ai valori (al punto che, simbolicamente, chiamiamo il luogo dove si negoziano i titoli ‘borsa valori’, quasi ne custodisse la quintessenza). E persino al volontariato, che abbiamo finito per qualificare, in negativo, come il mondo del no profit, come fosse una specie di errore. E’ una tendenza di tutto il mondo, è vero: neanche più del solo Occidente. Da noi, in più, si coniuga con una certa sottovalutazione, che non disdegna di trasformarsi in disprezzo persino ostentato (evidente in politica, ad esempio), nei confronti di ciò che oggi produce più valore di qualsiasi altra cosa: la conoscenza (siamo o non siamo nella knowledge economy?), la cultura, l’arte persino (che pure, come ci diceva di recente un collezionista veneto di arte contemporanea, rende più del traffico di stupefacenti…), e di coloro che ne sono gli artefici (professori, artisti – percepiti come dei parassiti di chi fa il lavoro ‘vero’ –, intellettuali – verso i quali non si nasconde un malcelato disgusto, magari condito di senso di superiorità: dopo tutto, chi guadagna, nel mondo dell’impresa, dell’artigianato, del commercio, guadagna più di loro…). Non sono impressioni: sono dati, confermati nei giorni scorsi dall’ultimo rapporto della Fondazione Nordest, da cui emerge un tasso di disoccupazione, tra i laureati, in drammatica crescita (in una regione e in un paese che già ne hanno drammaticamente meno della media europea), e che tra i giovani che se ne sono andati nell’ultimo anno almeno 2500 hanno da una laurea triennale in su (in percentuale se ne vanno di pi, quindi, quelli con titolo di studio più alto). Le ragioni di questo esodo sono molte, ma tra queste c’è certamente la percezione che la retribuzione dell’impegno intellettuale non sia adeguata, che il possesso di conoscenze non sia valorizzato né correttamente monetizzato, anche nell’impresa: ed è così.

Il guadagno, in quella che potremmo chiamare l’ideologia ufficiale del Nordest (diversa dalla pratica, tuttavia), deve dunque essere frutto solo della fatica, quasi in senso fisico; anche se, nella sua forma deviata, troppo spesso ha finito per essere il frutto di una adeguata rete di conoscenze e protezioni ‘giuste’, che con le transazioni di denaro hanno molto a che fare. La politica locale in questi anni è parsa in effetti la conferma di una frase di Balzac: “Un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. Ma se i politici incassavano, a pagare era l’impresa, spesso prendendo l’iniziativa: un’impresa scorretta, che opera fuori da trasparenti logiche di mercato, e tuttavia mai veramente stigmatizzata e tanto meno anche solo simbolicamente punita dalle rispettive organizzazioni di categoria, dando un’idea di accettazione del sistema, se non di connivenza. La maledizione degli schei passa anche da qui.

Aggiungiamoci il fatto che, pur in un’economia accentuatamente manifatturiera, a parità di studi è pagato di più che gestisce il denaro di chi organizza la produzione, e di chi implementa le conoscenze di entrambi. Per cui anche qui l’economia finanziaria ha finito per valere di più di quella reale: è indicativo, in proposito, che la parola speculare (e il suo derivato, speculatore), che una volta significava “considerare filosoficamente”, sia oggi più conosciuta nel suo significato economico, non molto lusinghiero, di “sfruttare, anche in modo illecito, possibilità che la situazione offre a proprio vantaggio o a svantaggio altrui”. E, quel che è peggio, è che questo mondo e modo di stare nel mercato ha finito per essere considerato normale, e dunque norma, e il denaro non più un mezzo ma un fine in sé. Una tendenza già intravista dallo sguardo lungimirante di John Maynard Keynes, che nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti scriveva: “L’amore per il denaro come possesso – da distinguere dall’amore per il denaro come mezzo per ottenere le gioie e sperimentare la realtà della vita – sarà riconosciuto per ciò che è: un fatto morboso leggermente ripugnante, una di quelle propensioni per metà criminali, per metà patologiche di cui si affida la cura agli specialisti di malattie mentali”. Si ha la sensazione che parte del Nordest, in cui i nipoti della prima generazione che si è arricchita sono ancora minorenni, a questa consapevolezza ci debba ancora arrivare. E che il mondo qui, troppo spesso, si divida ancora tra quelli che contano (che hanno il potere di contare, di acquisire e di sprecare: il denaro così come gli uomini e le cose che con il denaro si possono comprare), e quelli che possono essere solo contati e contabilizzati.

Siamo ancora alle massime alla Benjamin Franklin, per cui “il tempo è denaro”. E così si è finito per non saper apprezzare più altre dimensioni del tempo, che con il denaro non si misurano: dal tempo del gioco a quello delle relazioni e degli affetti a quello della cultura e delle arti. In generale, tutte le situazioni in cui non è questione di denaro, ma di qualità della vita: la cui misurazione in termini di quantità, pur importante, è solo uno dei modi per declinarla.

La nemesi degli “schei” che producono povertà e l’ideologia ufficiale del guadagno come fatica fisica, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 11 aprile 2016, p. 19

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