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Noi e i robot. Cambia il lavoro, cambierà la vita

Non stiamo parlando del futuro, ma del presente. Non è fantascienza, e nemmeno solo scienza, ma già tecnologia applicata: e, più spesso di quanto ci accorgiamo, vita quotidiana.

I robot che stanno progressivamente entrando nelle fabbriche, nelle nostre esperienze lavorative, nelle nostre case e a brevissimo nella nostra vita familiare, sempre più collaborativi, tra poco anche sempre più antropomorfi e quindi più simili a noi (per nostro desiderio, ma anche banalmente per adattarsi alla conformazione delle nostre case e dei nostri habitat), ci stanno aprendo a un’altra gigantesca rivoluzione, che sarà (è) pratica ma anche concettuale.

Non è solo questione di quanto saranno sostitutivi del lavoro umano. Verosimilmente, infatti, in gran parte ci consentiranno non di perdere, ma di cambiare lavoro: come già avvenuto con il passaggio dal lavoro contadino a quello operaio urbanizzato, con la rivoluzione industriale (nonostante i timori dei luddisti, gli operai che sabotavano i primi macchinari), e poi con il passaggio dal prevalere del settore secondario a quello del terziario. Anche se questo avviene in una situazione in cui il lavoro stesso, tradizionalmente concepito, sarà sempre meno necessario, a seguito della banale equazione P=xT, ovvero Produzione=coefficiente di produttività moltiplicato per Tempo: poiché x aumenta vertiginosamente, servirà (e già oggi serve) sempre meno T per ottenere la stessa quantità di P. Il che non significa che saremo disoccupati, ma che potremo sceglierci con più agio il nostro lavoro, avendone meno bisogno: e il problema della società del futuro (e già del presente) non sarà (è) quanto lavoro serve per vivere, ma, poiché ne servirà poco (Keynes già nel 1930 scriveva che “tre ore di lavoro al giorno sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”), come distribuirlo. Dedicando più tempo, ad esempio, ai lavori di relazione, di cura, creativi e artistici, e meno alla produzione in senso stretto.

Torniamo ai robot, che in questo ci aiuteranno in maniera decisiva. Saranno degli umanoidi? Anche. In questo il cinema ci ha già prospettato alcune fondamentali intuizioni: dai replicanti di Blade runner al bambino-robot infelice del più poetico e quindi meno noto tra i film di Steven Spielberg, AI (Artificial Intelligence), basato su un progetto di Stanley Kubrick (ma il primo film sul tema era stato Metropolis di Fritz Lang già nel 1927).

Dai robottini che ci tagliano l’erba agli esoscheletri che potenzieranno le nostre capacità (alla Iron man, per capirci) o aiuteranno disabili e anziani (tra cui gli ‘animali’ da compagnia e protezione per vecchi e bambini), fino agli autonomi Transformers, sempre più saremo immersi in una specie di ecosistema robotico, con macchine capaci di parlarsi tra loro (l’internet delle cose è anche questo: e il suo giro d’affari, attualmente di 655 miliardi di dollari, è valutato da McKinsey in 11mila miliardi entro il 2025, l’11% dell’economia mondiale, mentre Cisco, ci avvisa Wired, parla addirittura di 19mila miliardi entro soli 5 anni): in più potranno interagire con noi, un domani non lontano riuscendo anche a reagire ai nostri stimoli, persino sul piano emotivo. Al di là delle implicazioni tecnologiche ed economiche, occorrerà quindi inventare una legislazione che contempli questa prospettiva e una giurisprudenza che la applichi (le implicazioni sono molte, dalla privacy alla responsabilità civile in caso di danni), ma anche un sistema educativo che insegni a rapportarsi con questo nuovo mondo, fino a una filosofia e un’etica che lo pensi, una vera e propria roboetica – e, forse, persino una nuova teologia. Soprattutto, gigantesche saranno le implicazioni sociali e, ci viene da dire, antropologiche: quale tipo di relazioni instaureremo? Con quali conseguenze? Che tipo di riconoscimento avranno i legami instaurati tra umani e robot?

Non creeranno disoccupati, ma nuovi tipi di occupati, capaci di prendersi cura dei nuovi inoccupati, ovvero gli anziani, che saranno sempre di più e avranno sempre più bisogno di caregivers. Ma potranno occuparsi anche di alcune fastidiose attività quotidiane (l’automobile senza guidatore praticamente esiste già) e di tutti i lavori faticosi e usuranti, o pericolosi, sostituendosi all’uomo, crediamo con soddisfazione di quest’ultimo, in caso di calamità, e in gran parte dell’attività manutentiva, potendo tra l’altro operare in ambienti dove l’uomo non sopravviverebbe, dallo spazio alle profondità marine. Le implicazioni sulla medicina sono enormi, e vanno dalla chirurgia a distanza ai nanorobot che entreranno nel nostro corpo per analizzarlo e curarlo.

Per giunta potranno collaborare tra loro, in sistemi robotici quasi-autosufficienti, coordinati da un robot-capo. Davvero un altro mondo. Ma non c’è bisogno di studiare ponderosi volumi per capirlo. Basta riguardarsi qualche buon film di fantascienza. E prendere atto che si tratta del nostro presente.

La rivoluzione è già adesso. Governiamola, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 11 aprile 2016, editoriale, p.1

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