stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Referendum: perché si va al voto (o non ci si va) nell’indifferenza generale

Il 17 aprile si vota il cosiddetto referendum sulle trivelle. Al di là dei facili manicheismi, come sempre, tutte le posizioni hanno ragioni e torti. Ci sarà occasione di tornare sul merito della questione. Oggi vorremmo soffermarci su una questione che è soprattutto di metodo.

Perché questo referendum, a differenza di altri del passato, non scalda i cuori, e non spinge all’impegno? Perché c’è così poco interesse, in giro? Perché se ne discute poco?

Le ragioni sono diverse. Alcune hanno a che fare con il contenuto del quesito, di fatto secondario. I quesiti referendari in origine erano sei, ma agli altri, più incisivi, ha dato risposta il governo, tenendo conto delle richieste di referendum, cambiando le norme del decreto Sblocca Italia (ad esempio sulle nuove concessioni di trivellazione, inizialmente previste).

Resta quindi, dopo l’intervento della Consulta, solo il quesito odierno: che, in breve, chiede che si impedisca il rinnovo della concessioni attualmente esistenti per l’estrazione all’interno delle 12 miglia marine, circa 20 chilometri.

In pratica, la differenza è che se vince il sì, una volta esaurite le concessioni attuali (che andranno a scadenza nei prossimi anni), si dovrà smettere di estrarre dai giacimenti già esistenti. Se vincerà il no o l’astensione, se per caso i giacimenti avessero ancora materia prima, si potrà continuare ad estrarre fino ad esaurimento dei giacimenti. Chiunque vinca, si potranno comunque autorizzare concessioni oltre le 12 miglia, mentre in ogni caso non sarà possibile autorizzare alcuna nuova concessione entro le 12 miglia.

Grosso modo, si estrae all’interno delle 12 miglia circa l’1% del fabbisogno petrolifero italiano, e il 3-4% di quello di gas metano (normalmente considerata un’energia verde). Quindi se vincono i sì nei prossimi anni si spenderà un po’ di più in importazioni (anche se c’è una tendenza generale alla diminuzione dell’utilizzo di energie non rinnovabili), e se vincono i no o l’astensione si risparmierà qualcosa, ma niente di catastrofico in entrambi i casi. Il disinteresse si spiega… Anche perché essere a favore delle rinnovabili, e consapevoli che l’economia basata sull’estrazione nei prossimi anni si ridurrà comunque, non è sufficiente a decidere per il sì o per il no: in ballo ci sono anche altre valutazioni. I sì sostengono che le concessioni sono troppo favorevoli alle imprese coinvolte, si guadagna poco e con troppi automatismi, e quindi tanto vale smettere; i no (e le astensioni) dicono che tanto estraggono dallo stesso mare altri paesi (a cominciare dalla Croazia) e noi stessi oltre le 12 miglia, e quindi cambia poco. C’è la questione economica (tra tasse e concessioni poco più di un milione e duecentomila euro), e c’è quella occupazionale, che pesa per qualche migliaio di posti di lavoro (intorno ai diecimila). Di fatto, il merito è quasi irrilevante: se non per una astratta spinta verso le energie rinnovabili, non quantificabile, e che poco o nulla ha a che fare con il quesito referendario in sé, ma che il dibattito sul tema ha il merito di ricordare.

Ma c’è un’altra ragione di disinteresse, più importante, che è di metodo. Nella storia italiana, questo è il primo referendum promosso dalle regioni (nove, per la precisione: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise; l’Abruzzo, inizialmente favorevole, ha cambiato idea, mentre le altre, e tra queste regioni turistiche e costiere, come Emilia-Romagna, Toscana, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Sicilia, sono contrarie, o semplicemente non hanno ritenuto di intervenire in proposito). Questo referendum non si realizza quindi per scelta dei cittadini, che non sono stati consultati e tra i quali, a differenza dei referendum del passato, non sono state raccolte le firme (ciò che presuppone un dibattito popolare e coinvolgente), ma per iniziativa di istituzioni percepite altrettanto distanti dei governi, quali le regioni, e per motivi non sempre del tutto trasparenti (tra i capofila si trova la Puglia di Michele Emiliano, che si candida a leader alternativo all’attuale primo ministro; altre regioni, a guida leghista, sono avverse al governo). In nessuna delle regioni si è davvero, anche solo indirettamente, coinvolto il corpo elettorale nella richiesta di un parere. In Veneto, ad esempio, né la Lega ha coinvolto le sue sezioni né il PD i suoi circoli, né il M5S la sua rete (figuriamoci quanto è stata coinvolta la pubblica opinione non vicina ai partiti); di fatto, hanno deciso in 51, quanti sono i consiglieri, senza un vero dibattito sul merito.

Su questo, dovranno interrogarsi gli eventuali futuri promotori di consultazioni referendarie. Quanto è davvero democratico un meccanismo decisionale che non coinvolge praticamente nessuno? Non sarebbe stato doveroso chiedere il parere dei cittadini prima ancora di presentare i quesiti? In quel caso, sì che ci sarebbe stato coinvolgimento popolare, e maggiori probabilità di successo. E non staremmo discutendo di un referendum fantasma nell’indifferenza generale. E i promotori potrebbero ragionevolmente vantare almeno il successo del raggiungimento del quorum.

Verso il referendum: Trivelle, voto nell’indifferenza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 aprile 2016, editoriale, p.1

Leave a Comment