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Referendum: qualche lezione dal voto di domenica

Le reazioni del dopo hanno mostrato con trasparente chiarezza – ancora più del crescendo di dichiarazioni sempre più roboanti degli ultimi giorni di campagna referendaria – che in questo referendum si è votato su tutto, tranne che sul merito del quesito referendario. Questo da parte di molte delle parti in causa: sia tra i sostenitori del sì – che avessero generiche motivazioni ambientaliste slegate però dal tema in oggetto (più rinnovabili, no al petrolio, un mondo migliore…), o esclusive motivazioni politiche (mandiamo a casa il governo, diamo una lezione a Renzi) – sia tra i sostenitori del non voto.

Proprio per questo, e a prescindere dal risultato, nessuno ha di che gioire, e molti qualche lezione da imparare, se ne vogliamo ricavare almeno qualcosa di utile.

Sul merito, saremo brevissimi. Perché comunque fosse andata, non sarebbe cambiato quasi nulla: anche avessero vinto i sì, si sarebbe importato dall’estero il combustibile non più estratto in Italia, o, in caso di necessità, si sarebbe persino potuta autorizzare qualche nuova concessione al di là delle dodici miglia marine per recuperare ciò che non era più estraibile al di qua (a riprova dell’irrilevanza del quesito). Il governo farebbe bene tuttavia, nonostante la sconfitta del sì, a prendere atto di alcune buone ragioni dei promotori del referendum: dalla rinegoziazione dei contratti e dell’imposizione fiscale su di essi, all’analisi del perché alcuni produttori non estraggono oltre il limite di franchigia, fino allo smantellamento delle piattaforme inattive.

Su un piano più generale si possono trarre almeno tre lezioni. La prima è che un’opposizione al governo c’è, ma è debole, o non ha ritenuto fosse l’occasione giusta per manifestarsi: se l’eterogeneo insieme di tutte le opposizioni, di destra e di sinistra (da Grillo a Salvini, dalla Meloni a mezza Forza Italia, fino alla sinistra a sinistra del PD o dentro di esso) fa poco più di un terzo dell’elettorato che si è attivato, o contano poco i partiti, o i cittadini, molto più di quanto si creda, pensano con la propria testa, e non cercano scuse purchessia per sconfiggere il governo – se lo vorranno fare, aspetteranno le elezioni.

La seconda lezione è per le Regioni. Questo è stato il primo referendum in cui le firme non sono state raccolte tra i cittadini, ma è stato promosso dai soli consigli regionali (poche centinaia di persone in tutta Italia). Se persino tra le regioni promotrici del referendum, con l’esclusione della Basilicata, non si raggiunge il quorum, e la media di partecipazione al voto poco si distacca da quella nazionale, qualche problema di rappresentatività, e di distanza anche del ceto politico regionale dalla realtà locale che dice di rappresentare, si pone. Il caso del Veneto è emblematico: il referendum era sostenuto dal 100% delle forze politiche in Regione, visto che è passato all’unanimità. E seppure la partecipazione al voto è stata un po’ più alta della media nazionale, i sì sono stati meno di un terzo del corpo elettorale: segno che gli elettori, i loro stessi rappresentanti, non li hanno ascoltati. A giusto titolo, visto che i consigli regionali, prima di presentare i quesiti, non avevano consultato né i loro partiti né, men che meno, i cittadini. Su questo chi voglia in futuro proporre referendum, qualche ragionamento lo dovrà fare: il deficit di democrazia è cominciato lì.

La terza lezione riguarda la formazione delle opinioni e la rappresentatività dei social network. A giudicare da essi, infatti, avrebbe dovuto essere un plebiscito per il sì: ma così non è stato. Quanto sono rappresentativi? Quanto servono a discutere e quanto invece a ribadire, in maniera sempre più radicale quanto più distaccata dal merito delle questioni, simpatie e antipatie, schieramenti aprioristici tanto poveri di contenuto quanto quelli del tifo calcistico? Ci sarà materia per parlarne, ma intanto possiamo annoverare anche i social tra gli sconfitti di questa consultazione. Il che pone qualche interrogativo anche sulla più generale enfasi sulla rete quale surrogato o nuova forma della democrazia.

Un’ultima riflessione la vorremmo fare sul quorum. La legge che lo abbasserà significativamente, rendendo meno rilevante il peso del non voto, è quella di riforma costituzionale che andremo a votare con il referendum di ottobre. I promotori del sì di oggi sono quasi tutti schierati per il no domani, a riprova del fatto che il merito in questo referendum – e, temiamo, anche nel prossimo – c’entra poco, che lo schieramento è a prescindere. Ma in quell’occasione si deciderà anche su questo. Peraltro, quale che ne possa essere l’esito, è prevedibile che al prossimo referendum i partecipanti al voto saranno di più. A riprova che i cittadini sanno distinguere i quesiti rilevanti da quelli che non lo sono.

Sconfitti e ‘vincitori’. Verdetto con tre lezioni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 19 aprile 2016, editoriale, p.1

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