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Avere fiducia nel capitale sociale: politica, società, partecipazione

Tra meno di un mese molti comuni andranno ad elezioni. Ed è tutto un fiorire di liste, iniziative, candidati sindaci. In tempi di crisi della politica e di sua reputazione ai minimi storici, forse non è ozioso domandarsi perché.

Cosa spinge tante persone ad occuparsi della cosa pubblica, in un momento storico in cui le difficoltà sono maggiori, i vincoli di bilancio (e quindi le possibilità di fare davvero) pure, i rischi anche (incluso di sbagliare e di finire sotto processo), e le gratificazioni decisamente minori che in passato, dato che è più facile che le persone oggi parlino male dei propri rappresentanti anziché rispettarli? All’ingrosso, abbiamo di fronte due tipologie assai diverse.

La prima è quella di chi si candida per ottenere un po’ di visibilità (quel quarto d’ora di celebrità che ormai non si nega più a nessuno: basta una dichiarazione fuori dalle righe, a cui segue una comparsata in tv), per semplice vanità, talvolta per incapacità di valutare i propri limiti, a seguito di quella presunzione che le proprie opinioni siano il centro del mondo che ha fatto il successo di facebook. A questi vanno aggiunti coloro che si candidano per pura e semplice sete di potere, per non saper fare altrimenti: chi insegue l’ennesimo mandato (se non si riesce a casa propria, magari a seguito dei vincoli di legge, in un’altra città…), chi si propone per un diverso ruolo, dopo aver assaggiato il potere ad un livello inferiore – i politici di professione, insomma, che troviamo in scala minore un po’ ovunque, dalle associazioni culturali e sportive ai gruppi di volontariato fino ai partiti e ai movimenti politici. Sono coloro che inseguono la politica, e più concretamente il potere, per quello che può dare a loro, per ciò che da esso possono prendere, guadagnare, lucrare: talvolta lecitamente, altre meno. Sono quelli che, come diceva Max Weber, vivono della politica.

A fronte di costoro c’è un’ampia categoria di persone che si impegna perché ha voglia di darsi, di progettare, di migliorare le cose, di misurarsi con i problemi, di risolverli, di lasciarsi coinvolgere, di capirne di più, di porsi in relazione con gli altri, e anche, legittimamente, di mettersi alla prova, di lasciare la propria impronta, il proprio personale segno sull’evolversi degli avvenimenti, determinandoli anziché esserne determinati. Per usare ancora le parole di Weber, sono quelli che vivono per la politica. Che ad essa danno più di quanto prendono, o per lo meno compensano l’impegno non con il denaro ma con altri tipi di gratificazione, relazionali e simboliche. Dovremmo rifletterci un po’ di più, su questa spinta, che ci dice qualcosa di molto concreto sulle attitudini dell’uomo come animale sociale, naturalmente e culturalmente spinto a coinvolgersi. Perché ne ha bisogno, certo: perché da solo, in natura, non sopravvivrebbe. Ma anche perché lo desidera e ne è gratificato. E’ una ricchezza, un capitale (sociale, culturale, relazionale, appunto) di cui spesso dimentichiamo il valore, e di cui dovremmo fare tesoro. E’ quel che ci spinge a dare fiducia agli altri a dispetto dei rischi: e la nostra società si bassa innanzitutto su un atto fiduciario (non a caso anche nel linguaggio economico esso è implicito: il fido, il fiduciario, la fidejussione, tutti derivati dal verbo fidere, dall’atto di aver fede) – il che ci dice anche qualcosa sul ruolo che hanno ancora le aggregazioni culturali, e tra queste le religioni, nel re-ligare, appunto, nel tenere insieme, legata, lo società, come già aveva intuito Durkheim.

C’è quindi un capitale da valorizzare, e un insegnamento da cogliere. In fondo, anche l’emergere della sharing economy e della sharing society, i siti e le app che favoriscono forme di condivisione e di socializzazione (di un pranzo, un viaggio, una notte in una casa altrui: ma tutta la new economy è fondata sul principio della condivisione, a cominciare dalle piattaforme che ci mettono in connessione) esprimono, per certi versi, lo stesso desiderio di apertura e di fiducia, e la disponibilità a darla. C’è voglia e bisogno di fiducia e di relazioni, anche a dispetto delle diversità, e forse ancora di più oggi che le differenze, in una società plurale, sono più accentuate. In questi giorni ha fatto notizia il fatto che Sadiq Khan, un musulmano, sia diventato sindaco di Londra. Ma la notizia vera è un’altra: che i londinesi cercavano un sindaco, e hanno votato quello che a loro sembrava migliore, a dispetto delle differenze religiose, etniche, culturali. Sottolineando invece le somiglianze tra loro.

Se la politica è atto di fiducia nel capitale sociale, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 maggio 2016, editoriale, p.1

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