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C’era una volta il Primo Maggio…

“Viva il Primo Maggio”. Era lo slogan che sugli striscioni apriva i cortei operai, e quello che chiudeva i torrenziali comizi dei leader sindacali. Manifestazioni di massa, a cui partecipavano i lavoratori anche con le famiglie, i bambini: una festa, appunto – la festa dei lavoratori e del lavoro.

Ancora un quarto di secolo fa era una manifestazione di orgoglio, di identità e di forza. Che muoveva milioni di persone, coinvolgendo tutte le principali città d’Italia. Che serviva a lanciare moniti ai governi e agli imprenditori, e messaggi di mobilitazione ai lavoratori. Ascoltata e rispettata dalla politica e dai media, che la riverberavano con grande visibilità: e dalla Chiesa, che negli anni ’50 aveva istituito la festa di San Giuseppe Lavoratore per favorire la partecipazione dei lavoratori cattolici. Oggi non ha di fatto più alcun risalto. E se dal 1990 le tre confederazioni sindacali maggiori, CGIL-CISL-UIL, con scelta furbescamente tatticistica non meno che di forte dismissione simbolica, non l’avessero trasformata in un grande concerto in Piazza San Giovanni a Roma, trasmesso in diretta tv, semplicemente non se ne parlerebbe più. E non si parlerebbe delle sigle che, di facciata, lo organizzano, ma ne sono esse stesse marginalizzate: l’organizzazione è esterna, gli sponsor sono grandi aziende, e i leader sindacali, se volessero intervenire, verrebbero fischiati… Il concertone, come ormai oggi tutti lo chiamano, fa notizia solo per le polemiche scatenate da questo o quel cantante in cerca di vetrina: di solito, su temi che nulla hanno a che fare con il lavoro – per il resto, è un rituale, di anno in anno sempre più stanco e noioso, burocratizzato persino, e del tutto privo di legame con le sue origini. Triste parabola, per una festa nata per ricordare la repressione delle lotte operaie e celebrare la giornata lavorativa di otto ore…

Cosa è successo, in questo quarto di secolo? Tutto, più o meno. Il lavoro si è trasformato, frammentato, parcellizzato, precarizzato, ma anche dinamicizzato e, in differenti settori, liberato. Sono cambiati i luoghi di lavoro, innanzitutto: passando dalle grandi fabbriche in cui ci si conosceva e ci si riconosceva uguali, portatori degli stessi diritti e di solidarietà spontanee, alla concorrenza universale in un apparato dimensionale tendente al piccolo e al tutti contro tutti. E’ cambiato il senso di appartenenza, al lavoro e all’impresa: in passato incline alla lunga durata, al limite stando nella stessa azienda dall’inizio alla fine del proprio percorso lavorativo (a tutti i livelli: dall’operaio al manager), e oggi tendente alla moltiplicazione di percorsi sempre meno lineari, sempre più segmentati, come settore ma anche come posizione, alternando il lavoro dipendente a quello autonomo, con forme sempre più rapide di mobilità.

Il lavoro si è liberato dai suoi vincoli più duri (dalla ripetitività inesorabile, da condizioni insalubri e gravose) e al contempo ha prodotto nuove forme di schiavitù lavorativa (sotto forma di dipendenza dopata, come nei workaholic, o di uberizzazione); si sono formate classi creative sempre più ampie e affluenti, ma anche il nuovo sottoproletariato dei mcjobs; si sono conquistate tutele diffuse e garanzie universali, ma le disuguaglianze interne e globali sono in crescita; c’è la possibilità di ottenere maggiore autonomia nel e del (e dal) lavoro, e si producono nuove forme di sottomissione. I lavori atipici si diffondono, producendo startup di successo e flop seriali, nuove forme di legame sociale sotto forma di sharing economy, e nuove forme di incertezza esistenziale. La proprietà stessa (dei mezzi di produzione, così importante per Marx) è diventata immateriale e assai più mobile, soggetta a passaggi di mano e ricomposizioni continue. In più la concorrenza è diventata anche d’altro genere: non più solo sociale, ma anche etnica e di status (indigeni contro immigrati).

La rappresentanza tradizionale è rimasta tramortita da questi processi: quella dei lavoratori assai più severamente; ma per molti versi anche quella dei datori di lavoro. I monopoli della rappresentanza sono finiti, ma la sua multipolarità, o il suo libero mercato, deve ancora trovare delle forme di istituzionalizzazione e di azione efficaci (nella misura in cui siano ancora possibili).

Resta il bisogno di garantire alcuni diritti minimali, di tutelare i lavoratori, se non più il posto di lavoro in quanto tale. E la necessità di creare le condizioni per accompagnare al meglio le nuove rivoluzioni del lavoro a venire, in particolare quelle indotte dallo sviluppo delle tecnologie, facendone godere i vantaggi al numero più grande possibile di persone. Ma il terreno di gioco non è più lo stesso: dalla categoria (e dal relativo contratto nazionale) la palla passa sempre più allo stato nazionale da un lato e alla singola impresa (e alla singola realtà locale) dall’altro. E’ lì che si creano sia le condizioni per costruire nuove modalità di lavoro sia i modi per tamponarne gli effetti indesiderati. Una trasformazione che aspetta ancora il suo riconoscimento simbolico: il suo Primo Maggio.

Il lavoro liquido e i diritti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 maggio 2016, editoriale, p.1

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