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Chi ha paura di Sumaya? E perché?

Votassimo a Milano, voteremmo per il candidato sindaco Beppe Sala. E daremmo la nostra preferenza ai candidati o alle candidate della coalizione che lo sostiene capaci di meglio convincerci dei loro valori, della loro correttezza, e della loro professionalità. Questo, fino a ieri.

Oggi, dopo la campagna mediatica contra personam cui stiamo assistendo in questi giorni nei confronti di una candidata, Sumaya Abdel Qader, in quanto musulmana praticante, cominciamo a pensare che gli elettori milanesi dovrebbero fare un atto di generosità, e di riflessione sui simboli, e quello che comportano. E sostenere una donna, di seconda generazione – che, per quel che vale, da persone che studiano da anni l’islam italiano e lavorano con esso, conosciamo da quando era una ragazzina impegnata nelle organizzazioni giovanili islamiche – che ha sempre lavorato nell’ambito del dialogo culturale e religioso, pagandone qualche prezzo all’interno della propria comunità e aprendo in essa delle utili contraddizioni (come sta accadendo anche in questi giorni, per il solo fatto di aver scelto di candidarsi alle elezioni nelle liste del Partito Democratico), conoscitrice per esperienza di ciò che significa difendere i diritti delle minoranze, ed essere stigmatizzata non per quello che sei ma per quello che rappresenti.

Non ci sentiamo in dovere di essere d’accordo con tutte le sue opinioni (probabilmente non lo siamo con nessun candidato o candidata), o con qualunque parola da lei pronunciata nel corso della sua vita (e varrebbe per qualunque altro candidato o candidata). Ma conosciamo il suo impegno presente (e passato) e la sua attività.

Non saremmo intervenuti, nella campagna elettorale: perché non votiamo a Milano, e perché sono questioni che riguardano chi ci si impegna. E nella nostra idea del mondo e della politica – così come accaduto per il nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan – non contano l’appartenenza etnica o religiosa, ma quello che si intende fare per la propria città: a prescindere dalle proprie appartenenze.

Tuttavia la campagna di demonizzazione, talvolta di vero e proprio odio, che le si sta rovesciando contro, come si vede dai toni e dalle emozioni che traspaiono sui media e sui social network, non può non interrogarci. Perché viene da molte parti: troppe, per non destare sospetti sulle sue origini profonde – da destra, da sinistra, nella sua stessa comunità religiosa, in altre comunità religiose, nei media, dentro lo stesso partito in cui ha scelto di impegnarsi. E costituisce una domanda su di noi, sulla nostra capacità di apertura e comprensione dei processi in atto, non su di lei.

Per questo, oggi, votassimo a Milano, prenderemmo in considerazione il voto per quella che suo malgrado oggi è diventata un simbolo: della diffidenza, quando non dell’astio, che alcuni di noi provano nei confronti di tutti i musulmani (non solo di quelli cattivi e pericolosi, come giusto) e, in fondo, dei diversi da noi; e anche della capacità di rispondere a quel rifiuto con pacatezza, con civiltà e con educazione, a differenza di chi la attacca in modo così virulento, in nome di non sappiamo quali paure.

Siamo certi che questa sensibilità sarebbe un serbatoio prezioso per tutti, al di là delle opinioni politiche, delle credenze religiose o meno, dell’appartenenza confessionale. E siamo certi che di questa fiducia farebbe buon uso.

Tanto astio nei suoi confronti deve avere una ragione. Ma delle due l’una: o lo merita – personalmente, per quello che dice e fa. O c’è dietro qualcos’altro, un fantasma che ha poco a che fare con lei personalmente, in qualche modo peggiore.

Interveniamo di nostra iniziativa: per sottolineare un problema, quanto meno. Ai milanesi nostri amici possiamo solo dire: documentatevi, informatevi su di lei, senza accontentarvi di ascoltare solo la campana di chi ha aperto nei suoi confronti una campagna di denigrazione di un candidato, a causa della sua appartenenza religiosa, che ha pochi precedenti nel nostro paese. Possibilmente, informatevi anche con lei: ascoltate la sua campana, almeno. Poi scegliete il candidato che preferite. In coscienza.

Stefano Allievi, Ilda Curti

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