stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Richiedenti asilo: che fare? Qualche proposta praticabile

La rabbia di Cona [una caserma dismessa utilizzata come centro per ospitare richiedenti asilo, che hanno protestato per le condizioni in cui vivono, ndr], ben documentata ieri da questo giornale, ci dice molte cose che non vorremmo sentire. Prima che la situazione degeneri ulteriormente, sarà bene dunque usarla come occasione per riflettere sulla gestione della cosiddetta emergenza profughi e delle politiche di accoglienza messe in atto finora.
Cominciamo dal riconoscimento dello status di rifugiato. Le commissioni che lo decidono sono assai composite: si va dagli esponenti della prefettura ai membri dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, fino a quelli di nomina comunale (in Veneto, spesso, esponenti della Lega). Ma le audizioni sono individuali: si può immaginare quanto discordi finiscano per essere i pareri, che diventano una specie di lotteria a chi trova il funzionario più preparato o meno pregiudizialmente ostile.
Se la risposta è positiva (circa un terzo delle domande) tutto bene, e il richiedente asilo può entrare in un percorso di inserimento, lavorare e non pesare più sulla pubblica assistenza (che, per quanto basata in buona parte su fondi europei, ha comunque un costo).
Se la risposta è negativa (talvolta ingiustamente, data la soggettività dei criteri) si può ricorrere in appello. In secondo grado, non di rado, il giudice ribalta le decisioni prese dalle commissioni. Anche per questi richiedenti dovrebbe dunque iniziare lo stesso iter dei loro colleghi riconosciuti in primo grado. Tuttavia, su richiesta della Prefettura, l’Avvocatura dello stato può impugnare le sentenze favorevoli, costringendo le pratiche a un terzo grado di giudizio, con un problematico allungamento dei tempi e a costi notevoli a carico dello stato. Può capitare infatti che un richiedente asilo finisca per metterci anche due anni per vedersi riconosciuto il diritto, e intanto continua a risiedere nelle strutture, anche se può lavorare (ma non è obbligato a farlo). Se il riconoscimento fosse rapido, entrerebbe invece prima in un processo di autonomia. Paradossalmente, per risparmiare, avremmo interesse a riconoscerne il più possibile e il più rapidamente possibile. Perché, altro paradosso, i non riconosciuti, che non vengono rimpatriati perché non esistono per molti paesi accordi di rimpatrio, se non riescono ad andarsene altrove finiscono per allargare la fascia di chi vive di espedienti, in situazione di marginalità e, potenzialmente, di devianza. Che interesse abbiamo?
Anche perché le cifre sono sostenibili: l’Italia perde ogni anno, a seguito dell’andamento demografico, oltre trecentomila persone l’anno in età lavorativa, tra 20 e 65 anni (nel Nordest in percentuale maggiore perché la popolazione è più anziana). E il numero di stranieri regolarmente residenti, al netto dei profughi, è addirittura in diminuzione, dato che anche tra loro molti preferiscono andarsene a Londra o in Germania. Meglio averli come lavoratori, allora, gli sbarcati sui gommoni, o come possibili mantenuti fino al termine del terzo grado di giudizio e poi clandestini? Tra l’altro non pochi il lavoro lo trovano: il paradosso è che se poi non vengono riconosciuti, vanno licenziati e immessi in 24 ore nel circuito della clandestinità – una illogicità evidente.
C’è poi la questione dell’accoglienza. Siamo tutti d’accordo che sarebbe meglio in strutture con un massimo di 20-25 persone. E se fossero divisi equamente sul territorio, sarebbero pochi per paese. Ma l’irresponsabilità della regione e dei sindaci che non ne vogliono nemmeno uno costringe le prefetture all’utilizzo di strutture enormi e inadatte (e, lo diciamo, incivili) come le caserme dismesse; anche per questioni di comodo – si danno in gestione alle coop meno serie, che puntano più sul lucro che sui progetti di inserimento, come fanno invece le molte strutture serie, danneggiate da questa politica che privilegia la quantità sulla qualità del progetto, il numero di posti letto sui corsi di lingua, di conoscenza della società e sui percorsi personalizzati di inserimento al lavoro. Con le conseguenze che abbiamo visto a Cona.
No quindi alle megastrutture gestite da personale impreparato. Sì a progetti pensati, in cui si studia sul serio, ci si inserisce davvero, accompagnati, non abbandonati. Lo capisca lo stato, le prefetture, le commissioni, ma anche i sindaci. Quelli del no a tutto hanno sulla coscienza – loro più di altri – i conflitti attuali e quelli futuri: perché lucrano sul consenso che produce il conflitto, anziché lavorare perché i conflitti, semplicemente, non si manifestino. Sarebbe possibile, se solo lo volessimo.

Il conflitto e la ragione. Un progetto (vero) per i migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2016, editoriale, p.1

Leave a Comment