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Rivista di scienze sociali – Recensione

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24 maggio 2016

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione

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Recensione di Annamaria Fantauzzi

S. Allievi, G. Dalla Zuanna, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, Editori Laterza, Bari-Roma, 2016, 152 pp.

Questo saggio giunge in un momento critico per l’Italia, in cui si parla di immigrazione, anzi si straparla o se ne parla erroneamente. Saggio di profonda attualità in cui un sociologo dialoga con un demografo proponendo al pubblico un’analisi qualitativa e interpretativa del fenomeno migratorio a partire da dati statistici e demografici irreprensibili. Con questo volume, di facile lettura, adatto anche a chi non è addetto o specialista della tematica, gli autori si propongono sin dalla premessa di “offrire una sintesi di alcuni aspetti cruciali del processo migratorio che ha investito l’Italia negli ultimi quarant’anni, raccontando da alcune (non tutte, naturalmente) prospettive questa storia grandiosa, […] dove un paese che si credeva monoculturale e in passato di emigrazione si è trasformato, nel giro di un paio di generazioni, in un grande porto di mare”.

L’intento non è però meramente descrittivo ma anche propositivo e critico, in quanto, come loro aggiungono, “non ci limitiamo a raccontare storie e a sciorinare numeri: proviamo a indicare errori, omissioni e buone pratiche; e proponiamo, o propiniamo, anche qualche ricetta, nell’auspicio che la torta migratoria riesca ben amalgamata e facilmente digeribile, per i vecchi come per i nuovi italiani” (p.VII). La dimostrazione dei dati e le conseguenti argomentazioni e proposte vengono presentate nei dieci capitoli che compongono il volume, da un’analisi prettamente quantitativa della presenza di immigrati in Italia, che concerne anche l’aspetto più strettamente economico e lavorativo, l’ambito scolastico e quindi la presenza di minori non e accompagnati, le dinamiche culturali, religiose, famigliari, cultuali legate all’essere immigrato in Italia, alla percezione e ricezione da parte degli autoctoni.

I capitoli centrali sono dedicati agli aspetti oggi più cogenti e discussi riguardo alla presenza degli immigrati nel nostro Paese, ovvero la delinquenza, la devianza minorile, la tratta sessuale e il problema legato ai rifugiati politici. Agli ultimi tre capitoli è riservata la trattazione delle problematiche culturali, religiose e politiche relative alla contemporanea gestione e interpretazione del fenomeno migratorio, legato in modo particolare alla religione islamica e alle sue derive negli stereotipi italiani e alle possibili strategie da attuare, da parte delle Istituzioni e della pubblica opinione, perché esso non sia considerato sempre e solo un problema quanto piuttosto una realtà, che piaccia o no, e persino una ricchezza.

Sin dall’inizio del volume, il fenomeno migratorio è denotato da tre concetti fondamentali: la necessità che spinge una persona a lasciare il proprio paese e a dirigersi altrove, la selezione che avviene nel luogo di origine per cui a partire, normalmente, è colui che è in migliori condizioni di salute somatica e psichica (quello che, nell’ambito della Medicina delle Migrazioni, è stato definito l’“effetto migrante sano”), e la dinamica dell’integrazione (cui si preferisce il concetto di “fusione fra nativi e migranti”) nel Paese di arrivo. Cinque milioni di stranieri su cinquantacinque milioni di italiani rappresentano oggi una realtà non più emergenziale, cresciuta di pari passo a quelle dinamiche demografiche e sociali che vengono qui ricostruite secondo una prospettiva storica (tre fasi dall’Unità nazionale ad oggi) ed economica, per cui risulta evidente che “nel prossimo ventennio, dunque, il mondo ricco non potrà fare a meno dei migranti” (p.10)., come anche l’Italia, dove aumenta il numero degli anziani che hanno bisogno di essere accuditi e di quei lavori, cosiddetti dds jobs (dirty, dangerous and demeaning) che gli italiani possono permettersi di evitare.

In ambito lavorativo tre sono le segmentazioni in cui si constata la differenza tra gli stranieri e i nativi: la prima, di natura normativa, contrappone il lavoro irregolare (nero o grigio) dei primi a quello regolare (bianco) dei secondi; la seconda, territoriale, che vede uno sviluppo maggiore a Nord Italia, anche grazie alla massiccia presenza di stranieri impiegati, rispetto a condizioni stagnanti e arretrati del Sud; la terza, generazionale, riguarda la naturale sostituzione dei sempre più numerosi lavoratori italiani in età pensionabile con giovani stranieri che, pur se qualificati, sono disposti ad assolvere qualunque forma di mansione che il coetaneo italiano, non necessariamente più qualificato, rifiuterebbe.

Da qui lo smascheramento e la decostruzione di tanti stereotipi che vengono inesorabilmente appiccicati al migrante, come quello che rubi il lavoro agli Italiani o che costi al Paese: evidenza è che l’8,8% del PIL è stato prodotto da cittadini stranieri, pari a 123 miliardi di euro e che, come dimostrano gli economisti, “i nuovi flussi di immigrati hanno causato la crescita dei salari dei nativi, favorendo nel contempo la compressione dei salari degli stranieri da tempo in Italia […] ma ha anche spinto verso mansioni meglio retribuite i lavoratori italiani non qualificati” (pp.22-23), come le colf e le badanti straniere hanno permesso un aumento dell’età pensionabile delle donne italiane e una maggiore occupazione femminile.

Fare dunque degli immigrati il capro espiatorio del declino economico dell’Italia è alquanto errato, anche perché, come asserito dall’attuale governatore dalla Banca d’Italia, Ignazio Visco, “la produttività negli ultimi vent’anni è cresciuta molto meno che negli altri paesi ricchi per due motivi […]: un mercato ingessato e poco esposto alla concorrenza e lo scarso rendimento del capitale umano” (p.25). Necessario è dunque soffermarsi su chi saranno i nuovi Italiani di domani, ovvero quei minori di oggi che, nati in Italia da famiglie straniere o miste o arrivati da noi molto piccoli, presentano meno elementi di diversità rispetto ai minori italiani, oppure coloro che sono giunti in Italia in età scolare, a seguito di ricongiungimenti familiari o non accompagnati, che presentano maggiori divergenze rispetto ai minori italiani, molto spesso vittime di devianza o sfruttati nell’accattonaggio e nella prostituzione.

Alla questione dei minori sono legati inevitabilmente altri due ambiti: l’acquisizione della cittadinanza e l’istruzione, tra loro fortemente interrelate tanto che oggi si parla dello ius scholae al posto dello ius sanguinis o ius soli. Quanto alla prima, nel libro si espongono tutte le normative oggi vigenti per la richiesta di diventare cittadino italiano o essere almeno regolare nel Paese; quanto all’istruzione, un ampio excursus è dedicato alla scuola dell’obbligo che conta oggi 802.844 alunni stranieri, rumeni, albanesi e marocchini in special modo, soprattutto nella scuola elementare e media di primo grado. Tra di loro i nuovi inserimenti a metà o fine anno (i minori giunti da soli che hanno vissuto spesso arrivi traumatici negli sbarchi o in interminabili viaggi della speranza) costituiscono un problema costante nel gruppo classe, nell’abbandono scolastico in breve tempo, in ritardi, ripetenze, dovuti soprattutto al “minor capitale sociale e culturale delle famiglie (dovuto alla situazione sociale, non alla provenienza etnica), la mancanza di aiuto e supporto familiare nell’attività scolastica, anche per i gap di conoscenza linguistica dei genitori, l’appartenenza a reti sociali che investono meno, nell’immediato, sull’istruzione” (p.33).

Meno presenze straniere si contano nelle scuole superiori (comunque gli istituti professionali sono preferiti ai licei) e ancor meno nelle università, da cui escono stranieri impiegati molto spesso come mediatori culturali e interpreti per la propria comunità: le condizioni sociali ed economiche, in questo, influiscono pesantemente a tal punto che, secondo l’Istat, il 15,8% dei cosiddetti NEET (Not in Employment, Education or Training) è straniero. Di fronte a questa realtà, necessario diventa un approccio interculturale al e nel sistema scolastico, in cui, tuttavia, non si può propinare un “multiculturalismo improvvisato, che è speculare all’identarismo grossolano […]” attraverso la “cancellazione, peraltro illusoria, di una realtà culturale, in nome del rispetto di altre culture” (pp.35-36), un cosiddetto “multiculturalismo per sottrazione”, come nel caso dell’insegnante che tolga il crocifisso per la presenza di bambini musulmani in classe; quanto piuttosto il rispetto delle culture altrui, partendo dal presupposto che il problema non è tanto sociale quanto economico: “non è che la scuola integra poco o male i figli degli stranieri, ma integra poco e male i figli dei poveri” (p.37).

A questo si lega una serie di considerazioni relative alla quotidianità dei minori stranieri, ai rapporti di amicizia, al tempo libero e al culto praticato, per cui, in base a quanto riporta la ricerca Itagen2, svolta su 10.000 ragazzi stranieri e 10.000 italiani di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, coloro che provengono dalla Cina dimostrano sempre una certa difficoltà a integrarsi con gli altri, stranieri e italiani, facendo gruppo a se stante; invece coloro che provengono dal Marocco, dall’Europa dell’est, dall’Albania e dall’America Latina, riescono facilmente a stringere amicizie con gli altri coetanei e sentirsi “più vicini” anche nell’impiego del tempo libero e della religione, che sono strettamente connesse al tempo d’arrivo in Italia, al voler o non una famiglia, alle aspettative lavorative e scolastiche, a tal punto che “i giovani socializzati in Italia sono molto simili ai coetanei italiani, specialmente a quelli appartenenti a classi sociali basse o medio-basse”, in base al livello culturale e sociale delle famiglie.

Ecco perché, gli autori ravvisano un potenziale futuro rischio: “se i giovani stranieri non avranno a disposizione risorse per raggiungere una posizione sociale migliore dei loro genitori, potrebbero sviluppare forme di opposizione, rancore e antagonismo verso la società ospite e le sue regole” (p.60), come già accaduto in Francia. L’immagine dell’immigrato è legata sempre all’altro stereotipo del delinquente, criminale e violento: al proposito, nel quinto capitolo, gli autori mettono in evidenza come, negli ultimi anni, sia aumentate le denunce contro gli italiani e diminuite quelle contro gli stranieri (al 31 agosto 2015 si contavano il 33% dei detenuti), la cui maggiore amputazione riguarda la normativa sul soggiorno, che cambia in base alla legge stessa.

Il problema sta nel chiedersi le motivazioni per cui si delinque, in quanto straniero, irregolare o povero (ma questo può riguardare una qualunque persona, date anche le nuove povertà in Italia): violenza strutturale, capitale culturale e necessità economica sono le prime cause della propensione a delinquere, accanto a cui si aggiunge una “specializzazione etnica” rispetto ad alcuni reati come quelli amministrativi (mancato rispetto del foglio di via) e di reazione ai controlli (aggressione, falsificazione dei documenti). Gli immigrati sono comunque oggetto di devianza perché più frequentemente sottoposti a controlli e a operazioni mirate, come anche in numerose forme di violenza da parte degli Italiani (dall’alloggio alle dure condizioni di lavoro mal retribuito, agli atti di razzismo e di discriminazione (si pensi che, nel 2014, 990 delle 1193 segnalazioni di discriminazione etnico-razziale sono state giudicate pertinenti).

A tal proposito, il dato sconcertante riguarda, invece, la devianza minorile (41,3% del totale, soprattutto proveniente dal Marocco), in particolare forme di violenza e organizzazione, come le giovani gang etniche o lo tratta sessuale, in cui soprattutto giovani donne o ragazzine sono costrette alla prostituzione, contro cui l’Italia non ha ancora elaborato un’adatta ed efficace legislazione. Gli autori, infatti, pongono a confronto tre modelli legislativi per affrontare il problema: quello tedesco, che legalizza sia la domanda che l’offerta della vendita del sesso (e che quindi ha portato a un aumento della prostituzione); quello svedese, che proibisce l’acquisto ma non la vendita di esso (una forma di neoproibizionismo che ha ridotto i casi di prostituzione) e quello italiano, che punisce solo chi sfrutta il mercato, senza proibizioni per la vendita o l’acquisto, e quindi senza riduzione alcuna.

Nel settimo capitolo, gli autori affrontano la tematica dei rifugiati politici, da un punto di vista prettamente normativo e legislativo, soffermandosi sulla definizione fornita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, sull’articolo 10 della Costituzione Italiana e la legge Martelli del 1990, e demografico e statistico (l’Italia è per questo una terra di giovane approdo, rispetto ad altri Paesi come il Pakistan, l’Iran e il Libano che ne ospitano da più tempo e in numero maggiore) per cui, nel 2013, si sono registrati 27.800 richiedenti asilo politico, anche se gli sbarcati sulle coste italiane (in particolare in Sicilia, Calabria e Puglia) ammontano a 170.100 nel 2014. A fronte delle numerose domande di richiesta di asilo politico il governo italiano risponde con una lentezza burocratica ed esecutiva che determina l’attesa, per ogni singolo, di almeno uno o due anni dall’istanza.

Vite sospese e non agenti nel tessuto sociale d’approdo,  ­­per cui sarebbe conveniente elaborare “una strategia che consideri strutturale e non emergenziale, pianificandolo, l’ingresso di rifugiati e migranti in Europa, in maniera sicura, legale e, appunto, pianificata”, ad esempio accelerando l’esame delle pratiche, creando strutture che accompagnino gli enti locali e incentivino i Comuni, professionalizzando le cooperative e le associazioni che si occupano delle emergenze, dall’insegnamento della lingua italiana al supporto psicologico, informando la popolazione tutta di casi riusciti e di come realmente vengono gestiti le risorse destinate dall’Europa, e quindi non sottratte al contesto locale, alla gestione del rifugiato che, a differenza del migrante economico, “porta con sé il destino, la coscienza e il desiderio di riscatto di un intero paese” (p.96).

Tutto quanto analizzato dettagliatamente con il supporto di dati statistici e demografici permette in conclusione agli autori di riflettere sullo strutturale, fisiologico, cambiamento della società italiana in “trans-formazione” (ovvero il formarsi in maniera continuamente cangiante delle cose” p.135), dal punto di vista territoriale, sociale e religioso: il migrante porta con sé il suo bagaglio esperienziale e culturale, ridefinendo una nuova “geo-religione: ovvero un rapporto diverso tra geografia e religione –meno legato ai confini degli Stati e alla separazione e più legato alla mobilità e all’interconnessione” (p.101), una deterritorializzazione delle culture, che si incontrano, in forme di meticciamento, ibridazione, reinvenzione, o si scontrano attraverso la rivitalizzazione di fondamentalismi, etnicismi e razzismi che chiudono, reificano e strumentalizzazione quel ricco e variegato “caleidoscopio delle culture”.

In questo senso, un’attenzione particolare è riservata al cambiamento che ha fatto dell’Italia un paese monoliticamente cattolico a società plurale per due ragioni: “una pluralizzazione interna al campo cattolico, sempre più evidente; una progressiva maggiore presenza di religioni altre, o di modi altri di essere religiosi, nonché di opposizioni non religiose, ovvero di fuoriuscita dal campo religioso medesimo” (p.111). Presenza evidente e spesso ingombrante, a questo proposito, è un sempre più crescente numero di musulmani in Italia, sia tra i convertiti dal Cristianesimo sia tra gli immigrati, che portano con sé un Islam plurale e non monolitico, come troppo spesso si è indotti a pensare e a raffigurare.

Se si è partiti, infatti, da una fase di sporadica presenza della religione islamica in Europa (Islam e Europa), si è passati poi a una compenetrazione di essa con la società europea (Islam in Europa)  e poi a un Islam d’Europa, si è giunti ora a una nuova identità che è l’islam europeo, connaturato e strutturato accanto all’allora religione dominante, de-etnicizzato, de-tradizionalizzato e de-territorializzato, rispetto a quanto accade nei Paesi di provenienza dei migranti che ne sono forieri. In Italia, il 3% della popolazione si dichiara musulmana e la sua presenza è evidente e oramai strutturata, per cui non si può (deve) più parlare di “eccezionalismo islamico” cui sono legati tanti episodi di islamofobia politica e mediatizzazione isterica, consapevoli del fatto che “non esiste una legge sull’immigrazione che prenda in considerazione, anche solo collateralmente, gli effetti culturali e religiosi della presenza immigrata […] arrivando al paradosso che sono riconosciute chiese e confessioni piccole e minuscole, ma non le principali confessioni presenti tra gli immigrati, e tra esse in particolare l’islam” (p.128).

Di qui numerose proposte per l’integrazione, il riconoscimento simbolico e istituzionale di questa religione, che non può più essere considerata una minoranza etnica. Da essa la proposta di strategie legislative, culturali e normative che possano permettere una normalizzazione delle immigrazioni regolari in Italia con l’acquisizione piena dei diritti civili di chi abita, oramai da tempo, in Italia, pur non essendo qui nato ma here to stay (qui per rimanere): ad esempio, la corresponsabilità di un garante che permetta di estendere il permesso di ingresso a un tempo determinato, dimostrando un’occupazione regolare e un alloggio stabile (da qui l’esposizione critica della legge Turco-Napolitano e dalla Bossi-Fini); la normalizzazione dell’acquisizione della piena cittadinanza, non in tempi glaciali, a chi vive e lavora regolarmente in Italia e la rivalutazione della nuova proposta di concessione della cittadinanza ai minori, basata su un sistema misto di ius loci e ius scholae; quanto ai rifugiati politici, pensare di “concedere un permesso semestrale di ricerca di lavoro –sempre con uno sponsor di garanzia- da trasformare in permesso di soggiorno se il lavoro viene effettivamente trovato.

In caso contrario, l’immigrato, con la garanzia dello sponsor, si impegnerebbe a ritornare nel paese di origine, eventualmente grazie anche a un contributo di viaggio” (p.145). Queste come altre proposte permetterebbero all’Italia di riconoscere come strutturale e fisiologica la dinamica migratoria, di andare sempre più verso una regolarizzazione delle presenze e di avviare quel processo di riconoscimento dell’altro e degli altri che contrasterebbe forme di etnicizzazione e, quindi, di xenofobia e misconoscimento dell’alterità. Questo sarebbe possibile se si contrastassero quei tre fattori nemici dell’integrazione tra Italiani e stranieri, ovvero una “pubblica amministrazione rigida, […] una società italiana che non valorizza il merito e l’impegno individuale; un’errata narrazione pubblica dei grandiosi fenomeni della globalizzazione” (p.146).

Questo libro arriva dunque come necessario per capire un fenomeno così discusso, problematico e difficile da comprendere quanto da gestire, che è l’immigrazione, da un lato grazie all’evidenza dell’indagine quantitativa (demografica e statica), dall’altro in virtù di un’analisi qualitativa, socio-antropologica-cultural-religiosa, che mette in evidenza la complessità ma soprattutto la ricchezza del soggetto studiato.

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