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Enrico Bernardi, che inventò l’automobile e fu dimenticato…

Il veronese Enrico Bernardi, prima studente e poi professore di ingegneria all’università di Padova, è stato il primo a costruire un veicolo azionato da motore a scoppio a benzina, nel 1884. Già nel 1882 brevettò un modello di motore a scoppio, cominciando a montarlo su tricicli e quadricicli, precedendo di qualche mese due signori che si chiamavano Karl Benz e Gottlieb Daimler: i cui motori pare fossero meno potenti e consumassero di più. Nel 1896, progettata la prima automobile, cominciò a lavorare presso la ditta Miari & Giusti, prima casa automobilistica italiana, di cui divenne socio: che fu tuttavia messa in liquidazione un paio d’anni dopo. Nel ventennio successivo Bernardi finì per collaborare, come tecnico, con una società di Torino nata nel frattempo, tale Fiat. Benz, Daimler e Fiat esistono ancora, con nomi appena diversi: la Miari & Giusti no, e Bernardi è ingiustamente dimenticato, anche nella sua terra e nella sua università. Un po’ come la storia di Antonio Meucci, vero inventore del telefono, privo perfino del denaro per rinnovarne il brevetto, e di Graham Alexander Bell, che con la Bell Telephone Company, copiando l’idea di Meucci, costruì un impero mondiale.

Non è una metafora, la storia di Bernardi: che come tale sarebbe profondamente ingiusta, producendo generalizzazioni indebite a partire da un caso specifico. E non è neanche lo specchio del Nordest: che è stato capace di produrre, allora come oggi, imprenditori in grado di inventare e nel contempo di avere successo duraturo. Ma può essere uno spunto di riflessione, uno stimolo intellettuale.

La lezione che se ne può trarre, banalmente, è che inventare non basta: l’idea non è sufficiente. Ci vuole la competenza organizzativa, la dimensione minima necessaria, il valore aggiunto di sistema, e anche un mercato sufficientemente ampio, capaci di far diventare un’idea una grande (sottolineiamo l’aggettivo) impresa di successo. E non capita spesso. Qui nel Nordest, almeno, non abbastanza. Per limiti culturali (di cultura economica, di cultura d’impresa, e di visione del mondo, di comprensione delle sue dinamiche, cioè di cultura in senso lato), e soprattutto per evidentissime difficoltà di sistema: dal punto di vista dimensionale, e ancora più da quello dell’efficienza dei fattori in gioco, a cominciare da quelli istituzionali, a tutti i livelli.

Scarpe grosse e cervello fino non bastano più. La frammentazione dei potenziali partner e la moltiplicazione dei livelli decisionali sono handicap gravi, allora come oggi. Come lo è la debolezza del sistema della ricerca, esterno e interno alle imprese, e nelle sue connessioni. Non mancano i cervelli capaci di produrre idee innovative – quelli, a livello di eccellenze individuali, non mancano mai, in queste terre: quello che manca è un tessuto territoriale capace di riconoscerle prima e di valorizzarle poi. Così come manca un mercato capace di apprezzarle e remunerarle adeguatamente, facendo diventare le buone idee riferimento condiviso, valore aggiunto per tutti (per il sistema, e per gli individui che ne fanno parte), e trampolino di lancio per idee ulteriori. I cervelli ci sono, insomma: anche se pure essi avrebbero bisogno di imparare a non accontentarsi del grado di formazione che già hanno, in un’epoca in cui essa non può essere che permanente. Quello che ancora non c’è, nonostante sia passato quasi un secolo e mezzo dai tempi di Bernardi, è il sistema in grado di connettere, con efficienza e autorevolezza, contesto favorevole alla nascita di idee (nell’impresa come in università), ricerca, sviluppo, brevetto, credito, produzione, promozione, rapporto con il territorio, e collegamento con mondi e reti di relazione più grandi, visto che oggi i mercati sono diventati globali. Se sul credito, di questi tempi, conviene stendere un pietosissimo velo, altri attori non stanno troppo meglio: e soprattutto si parlano poco tra loro. Con il risultato di continuare ad avere dei Bernardi, che domani in larga misura dimenticheremo, e ancora troppo poche Fiat, Daimler e Benz, che restano. Qualcuno non lo considera un problema: i più nemmeno lo rilevano. I più smart ne colgono benissimo le implicazioni. Le risposte non sono ancora al necessario livello di consapevolezza.

La lezione sempre attuale di Bernardi, inventore dimenticato, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 13 giugno 2016, p. 3

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