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In morte di un risparmiatore. Suicidi del Nordest

Forse era inevitabile. Le crisi lasciano di questi contraccolpi: specie se inaspettate per chi ne è coinvolto (chi sapeva si è sistemato in tempo, a spese d’altri), subitanee e devastanti. Effetti collaterali, si potrebbe dire con cinismo. Lo abbiamo già visto in altra situazione, con l’epidemia di suicidi tra gli imprenditori del Nordest nei momenti peggiori della crisi. Ma qui c’è anche altro. Come una pentola a pressione, lasciata sul fuoco per troppo tempo, e che senza altre vie di fuga finisce per esplodere. Avrebbe potuto essere un omicidio: di qualche responsabile, magari di seconda fila o indiretto, come spesso succede, del gigantesco crack delle banche venete – che di colpevoli diretti e acclarati ne ha molti, e molti complici, che per lo più non pagheranno alcun vero prezzo (il che aumenta l’amarezza dei truffati). Più prevedibilmente, è stato un suicidio. Il primo. Speriamo l’unico.

Una parabola esemplare. Quella di un ex-operaio, 69 anni, in pensione, malato. E, purtroppo, azionista della Banca Popolare del Veneto. Che in essa aveva investito quasi tutti i risparmi di una vita, anche se non era sul lastrico. Forse non è stato questo a mettergli il dito sul grilletto, dato che aveva altre e serie preoccupazioni di salute. Ma certamente avrà influito sul suo stato emotivo. Tanto da spingerlo a scrivere un biglietto con quella frase tanto frequente tra i suicidi, e tanto significativa: “Non ce la faccio più”.

Certo, c’è quella solita dimensione di genere: sono quasi sempre gli uomini a uccidersi, tre volte più delle donne, che sono capaci di trovare in sé le risorse per andare avanti nonostante le difficoltà. Maschi abituati ad essere quelli che procurano il denaro come centro del proprio ruolo: e che si suicidano se ci sono problemi di soldi o di lavoro.

Ma c’è anche una dimensione territoriale. Il Nordest ha vissuto una stagione di imprenditori suicidi per la crisi: anche loro, caduti del lavoro. Ora abbiamo i caduti del risparmio: morti bianche anch’esse, in fondo. Che rimarranno senza un monumento né un ricordo: forse, se va bene, una perizia, e una sentenza di risarcimento. E, vogliamo sperare, nessun imitatore. Perché non è la risposta giusta. Ma questo territorio ha mostrato una pazienza enorme. Nel farsi tosare: e nel non ribellarsi al tosatore. Quasi 19 miliardi di risparmi bruciati da una classe dirigente insipiente (e tutta locale: inutile cercare il nemico lontano da casa…). Che per una popolazione veneta di 5 milioni di persone fa 4000 euro rubati a ciascuno di noi. Solo che, in una società terribilmente ineguale, come anche questa vicenda ha mostrato, tra chi si salva o viene salvato e chi si perde o viene perduto, qualcuno ci ha rimesso molto di più…

Ai morti dobbiamo rispetto, e ai loro familiari partecipazione al dolore. Senza scambiare delle vittime per degli eroi: ma cercando di capire il messaggio che ci trasmettono, che è complesso. Certo, siamo tentati di trovare un colpevole, e uno solo, nelle banche. Ma ce ne sono altri. Nella povertà relazionale, nella difficoltà o nell’incapacità di chiedere aiuto, nella cultura del silenzio, in un individualismo profondo: ci si mette insieme, come anche in questo caso è successo, solo quando tutto è già accaduto, e si cerca legittimamente di difendersi. E nell’incapacità di affrontare rapidamente i problemi dei singoli, anche se molto è stato fatto a livello di sistema, per salvare il salvabile. Come se le storie individuali, il bisogno di supporto mirato e individuale delle persone, fossero meno importanti delle istituzioni. E’ un segnale che si è dato, anche stavolta. E non è fatto per aumentare la fiducia. Il singolo si sente solo, e cosa piccolissima di fronte a un sistema incomprensibile ai più, che tutto fagocita.

Poi, certo, c’è sempre il destino individuale: e ognuno gioca le sue carte nella vita come può. Anche affidandosi alla morte, talvolta. Di fronte a queste scelte, non abbiamo nulla veramente da dire. Se non com-memorarle, farne memoria insieme. Nella speranza che non si debba fare più.

I caduti di questa terra, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 giugno 2016, editoriale, p.1

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