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Tra Brexit e Venexit. Lezioni dal referendum

Il Regno Unito ha liberamente votato di uscire dall’Europa. Visto che anche in Veneto si vagheggia da tempo di autonomia, e presto saremo chiamati ad un referendum su di essa (e i promotori del referendum veneto hanno brindato al risultato di quello britannico), possiamo imparare qualche cosa da quello che è successo? La Brexit potrebbe diventare Venexit? E con quali conseguenze? Vediamo.

Prima lezione: tra il dire e il fare. I promotori dell’uscita dall’Europa, a cominciare dal leader indipendentista Nigel Farage, che forse sperava di guadagnare in consenso e visibilità ma senza vincere, come un apprendista stregone sta scoprendo le conseguenze del meccanismo che ha innescato, e comincia a chiamarsene fuori. In una clamorosa intervista alla BBC del giorno dopo, Farage ha detto che la promessa di usare i soldi risparmiati uscendo dall’Europa per migliorare con 350 milioni di sterline alla settimana il servizio sanitario nazionale è stata un errore, e non avrebbe dovuto farla (era uno dei suoi manifesti elettorali!). Come dire: in campagna elettorale se ne dicono tante, usando le cifre a vanvera, ma era uno scherzo… Ecco, questo uso delle cifre a capocchia, sia riguardo all’euroscetticismo sia riguardo all’autonomia (che pure può contare anche su solide ragioni numeriche) è già cominciato, e di queste mirabolanti promesse, ne sentiremo molte, di tutti i tipi (di più da parte di chi più promette, naturalmente).

Seconda lezione: giovani e anziani. Gli analisti hanno già notato che i giovani erano per rimanere in Europa, per tre quarti, e gli anziani per uscirne (e indovinate a chi si rivolgeva la promessa di investire di più sul servizio sanitario?). Ecco, quello che è successo è che gli anziani, che di futuro ne hanno meno, hanno deciso per il futuro dei giovani, la generazione Erasmus, mettendolo in scacco. Non è una novità assoluta: i comportamenti di voto differenziati per fasce d’età ci sono sempre stati. La novità, clamorosa, è il rovesciamento della piramide demografica, per cui gli anziani, per la prima volta nella storia, sono, in occidente, la maggioranza. Ne vedremo sempre più le conseguenze impreviste, di questo processo: e dovremo ragionare su come risolvere il problema, gigantesco, che esso pone.

Terza lezione: chi di referendum ferisce… Ricordiamo tutti il sostegno della Lega all’indipendentismo scozzese. Ora la Scozia, che con l’Irlanda del Nord ha votato massiciamente per rimanere in Europa, contrariamente all’Inghilterra, chiede a questo punto un referendum per uscire dal Regno Unito e rientrare in Europa, mentre i nazionalisti irlandesi chiedono di uscire dal Regno Unito al nord e riunificare un’Irlanda indipendente ed europeista. La domanda non è solo sapere per chi tiferà Salvini, a quel punto: se per gli indipendentisti filoeuropei o per gli euroscettici. Più seriamente, va rimessa in questione la logica stessa dei referendum su queste materie: non per escluderli, ma per ragionarci molto bene. Di questo passo rischia di finire come in un racconto di Carlo Sgorlon, “Il referendum di Capodanno”, scritto un quarto di secolo fa: in cui, con una certa preveggenza, di referendum in referendum si immaginava che si potesse arrivare alla riduzione del Friuli in frammenti…

Quarta lezione: istruzione e ricchezza. Nel Regno Unito hanno votato a favore della permanenza in Europa, oltre che i più giovani, i più ricchi, e i più istruiti. Contro, i più anziani, i più poveri, i meno istruiti. E’ una media, che come tale comporta numerose eccezioni, ma che ci è utile per ragionare. Questa divisione avviene su molte altre questioni collegate alla globalizzazione e alla mobilità, a cominciare dall’immigrazione o dai trattati internazionali. Qualcuno ne approfitta per provare a rimettere in questione il suffragio universale o la democrazia diretta: operazione insensata e antistorica. Ma si può lavorare invece per diminuire le forbici che ci separano. Riducendo le disuguaglianze, elevando massicciamente il livello di istruzione di tutti (anche qui, in un Veneto che vive drammatiche diseguaglianze e un livello di istruzione inferiore alla media nazionale). Perché è giusto. E perché le paure proliferano meglio nell’isolamento anche sociale. Vedremo se le classi dirigenti capiranno il messaggio, e in quale direzione lavoreranno. E perché.

Referendum, dalla Brexit alla Venexit? Cause, effetti e demagogia, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 giugno 2016, editoriale, p. 1

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